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QUANTO INQUINANO LE CONSEGNE A DOMICILIO ?

 

Gli e-commerce inquinano sempre di più e la colpa è (anche) dei resi

Con una previsione di ben 1.2 milioni attesi solo nel giorno del 2 gennaio 2020 e spinti da un forte incremento degli acquisti online che non corrisponde ad un maggiore investimento in sedi e veicoli commerciali più ecosostenibili, c’è un altro fattore legato all’e-commerce che incide pesantemente sull’inquinamento: quello dei resi.

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Clicchi, paghi, in pochi giorni il prodotto è recapitato a casa e, se non va bene, puoi restituirlo. Ogni anno, ben oltre di 20 milioni di Italiani decidono di acquistare cellulari, elettrodomestici, computer, libri e addirittura cibo online. E sì, se ormai l‘inquinamento da acquisti online è un fenomeno più che conosciuto, soprattutto in Paesi come l’Italia dove la stragrande maggioranza delle spedizioni viaggia su gomma (e con automezzi neppure Euro 5), c’è un altro fattore estremamente inquinante e collegato all’e-commerce, che in pochi considerano veramente poco: il fenomeno dei resi che, solo nel giorno 2 gennaio 2020, saranno probabilmente oltre 1,2 milioni.

Perché i resi degli acquisti online inquinano
A mettere in evidenza il problema sono Sharon Cullinane, professoressa di logistica sostenibile, e Michael Browne che, con le festività dietro l’angolo e una previsione fatta da UPS che vede oltre un milione di pacchi restituiti ogni giorno per il mese di dicembre, hanno sottolineato come i clienti debbano “capire quanto i resi incidono sull’ambiente e comportarsi in maniera responsabile” e le aziende debbano “migliorare la propria efficienza, utilizzando magazzini e trasporti con un minore impatto sull’ambiente”.

Una notizia in controtendenza con quanto scoperto dai ricercatori del MIT che, prima dell’arrivo delle consegne veloci, sostenevano in passato che acquistare merci online piuttosto che recarsi in un negozio fisico fosse un metodo più ecologico.

E capire le motivazioni per le quali i resi relativi agli acquisti online inquinano è piuttosto semplice. Per avere un’idea più chiara (e semplice) della cosa, basterebbe pensare che oltre al cartone e alla plastica che vengono utilizzati per gli imballi, con un viaggio di 600 Km da Milano a Roma un veicolo pesante produce in media 600 grammi di NOx e 60 grammi di PM10. Una quantità decisamente preoccupante, considerando che in Italia nel 2017 ogni sono stati spediti oltre 150 milioni di pacchi. E bene, è facile comprendere che rendendo i propri acquisti, la quantità di fattori inquinanti necessari per tutto il processo si potrebbe quasi raddoppiare.

Per Bezos la consegna in 1 giorno ridurrà l’inquinamento
E nonostante il CEO di Amazon, Jeff Bezos, sia certo che le nuove spedizioni in 1 giorno della sua azienda potrebbero ridurre l’impronta dell’immissione di carbonio nell’aria, in realtà alcuni esperti del settore affermano che consegnare i pacchi in maniera molto veloce è un processo che richiede più energia e più emissioni. Una teoria che in effetti cozza con quanto dichiarato da Bezos, ma che è dimostrata da un aumento delle emissioni da parte di Amazon del 6% nel 2018 rispetto al 2015.

Dello stesso parere è anche Crystal Lassiter, direttore senior di Global Sustainability & Environmental Affairs di UPS, che ha scritto in un rapporto “Stiamo guidando più miglia, utilizzando più energia e generando più emissioni in risposta alle richieste del mercato e per soddisfare le crescenti esigenze della catena di approvvigionamento dei nostri clienti.”. Certo, i conti tornano, ma con una previsione di oltre 462 veicoli commerciali al mondo entro il 2050, e con utili che aumentano (quasi) proporzionalmente alla crescita degli acquisti online, oltre che ai siti di e-commerce la palla ormai è passata direttamente ai corrieri che, forse, dovrebbero iniziare a investire l’enorme aumento dei propri guadagni in mezzi di trasporto e magazzini più ecosostenibili.

https://tech.fanpage.it/gli-e-commerce-inquinano-sempre-di-piu-e-la-colpa-e-anche-dei-resi/

Inquinamento, quanti danni produce la politica dei resi?

Nuove politiche di resi per non produrre danni all’ambiente.

165 miliardi di pacchi sono stati spediti negli Stati Uniti nel 2018, usando circa il valore di un miliardo di alberi in cartone.

La politica dei resi nel corso degli anni ha fatto la fortuna dei rivenditori online. Tuttavia, nel periodo storico in cui tutti i grandi distributori stanno pensando a soluzioni ecosostenibili anche questa politica dovrà essere rimaneggiata per non produrre danni all’ambiente.

A dicembre i consumatori di Amazon faranno tornare indietro circa un milione di pacchi al giorno al rivenditore. Il culmine sarà il 2 gennaio, definito da UPS “la giornata nazionale dei resi”.

Per UPS e le altre compagnie di spedizioni ci sarà da festeggiare. Per tutti gli altri, queste decine di milioni di pacchi sono un problema. Per una stima recente questa politica è responsabile per circa 5 miliardi di libbre di rifiuti che finiscono in discarica solo negli USA e altrettante 15 milioni di tonnellate di emissioni di carbonio nell’atmosfera.

Nel periodo in cui i consumatori e le compagnie stanno ripensando al consumo contro il cambiamento climatico, la politica dei resi dei negozi e-commerce nasconde un grande problema ambientale.

Molti negozi hanno costruito la loro reputazione rispettando la politica dei resi. Il vantaggio non riguarda solamente i consumatori. Un negozio che supporta questa politica ha maggior probabilità di vendere di più.

Bean Inc, offre questa possibilità da oltre un secolo e la compagnia ha prosperato grazie ad essa. Inoltre, studi recenti hanno correlato i resi ad un aumento degli acquisti. Nel 2010 Zappos.com ha detto che i migliori clienti erano quelli che spedivano indietro la maggior parte dei prodotti.

Il problema è che i consumatori rispediscono indietro sempre di più. Nel 2018, gli americani hanno fatto tornare indietro il 10% dei loro acquisti, circa 369 miliardi di dollari, l’8% in più del 2016. I giovani sono molto più inclini a trattare gli acquisti online come “noleggio” o a comprare i vestiti online per poi provarli e rispedire indietro quelli che non vanno bene. In Svezia il tasso di ritorno è del 60% per determinati prodotti.

Il peso logistico di questi resi è cosi elevato che ha ispirato un’intera industria legata agli acquisti non voluti. Ma l’impatto ambientale può essere più significante. Nel 2017, Optoro Inc., una compagnia che aiuta i negozi a trattare i resi, ha stimato che solo il 10% del merchandising ritorna sugli scaffali. Alcuni sono venduti o riciclati, altri donati in carità.

Ma il costo del trasporto e del dover impacchettare nuovamente questi beni è il motivo per cui miliardi di tonnellate di questi resi finiscono nelle discariche o negli inceneritori.

A peggiorare le cose, prendere questi prodotti dalle case dei consumatori e spedirli produce emissioni. E poiché i prodotti venduti su internet hanno più possibilità di essere spediti indietro, le emissioni sono maggiori di quelle prodotte acquistando in negozio.

Secondo i calcoli, 165 miliardi di pacchi sono stati spediti negli Stati Uniti nel 2018, usando circa il valore di un miliardo di alberi in cartone.

Non sarà facile convincere i consumatori e i rivenditori a porre fine a questa pratica. Le compagnie potrebbero adottare delle targhette sulle emissioni prodotte dai resi oppure smettere di fornire le etichette già pronte per il ritorno, risolvendo il problema dello spreco di milioni di fogli di carta. Potrebbero creare dei rimborsi senza ritorno, ad esempio, per l’intimo, i cosmetici o gli imballaggi per il cibo.

La realtà aumentata e le nuove tecnologie potrebbero diventare più affidabili, ad esempio creando dei camerini digitali. I resi ci saranno finché ci saranno i negozi ma con un piccolo sforzo da parte di rivenditori e consumatori, potranno anche far bene al pianeta.

https://www.teleambiente.it/inquianamento_danni_prodotti_politica_resi/

 

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