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PALEOLITICO SUPERIORE

 

 

 

TOMBE E ACCAMPAMENTI DEL PALEOLITICO SUPERIORE

UNA GRANDE, COMPLESSA E PROGREDITA CULTURA HA REGNATO PER DECINE DI MIGLIAIA DI ANNI SU UN IMMENSO CONTINENTE.  QUELLA CULTURA SIAMO NOI.  IL SUO MESSAGGIO E’ ALLA BASE DI TUTTO CIO’ CHE CI RENDE PIENAMENTE UMANI, E SEGUENDO QUESTO PRINCIPIO POTREMO RAGGIUNGERE UN’AUTENTICA COMPRENSIONE DEL NOSTRO PASSATO INFORMANDO IL FUTURO.

FOTO: la “Venere di Kostenki”in un fotomontaggio (datazione: 25.000 anni)

Questo saggio è correlato al precedente “Le caverne paleolitiche d’Europa”:
https://alessia-birri.blogspot.com/2019/11/le-caverne-paleolitiche-deuropa.html

Premessa

Nel corso di questa lunga esposizione descriveremo i principali siti che custodiscono sepolture e accampamenti del Paleolitico Superiore nell’ambito della grande, complessa e progredita cultura che per decine di migliaia di anni ha regnato su estese regioni, dalla Siberia alla Penisola Iberica, dall’Europa del Nord alle coste del Mediterraneo, nello scenario di un immenso continente denominato EURASIA. Questa cultura a volte non fu del tutto omogenea per ciò che riguarda i più superficiali contenuti espressivi, ma era guidata da una visione e da un linguaggio simbolico che costituiva il filo rosso intercorrente fra popolazioni molto distanti fra loro, nel corso di un’epoca che fu la più lunga nella storia dell’umanità, e determinò la nascita ed il consolidamento dei fondamentali principi sulla via della conoscenza e della spiritualità alla base della formazione dell’Uomo. Una società intrinsecamente egualitaria, nell’ambito della quale tutti avevano accesso al percorso iniziatico ed il preciso dovere di raggiungere il proprio pieno sviluppo, di conseguenza fondata sul primato del merito e dell’autorevolezza, qualità che avranno contraddistinto gli individui nelle cui sepolture è venuto alla luce un corredo di ornamenti particolarmente elaborati e preziosi, come vedremo nei capitoli che seguiranno. In ambito artistico il Paleolitico europeo eccelle per le sue raffigurazioni naturalistiche ed estremamente vitali, intimamente connesse ad una profonda spiritualità e pienezza esistenziale, nella quale si intreccia un complesso panorama di simbologie, archetipi, tradizioni legate all’intuitiva cognizione della fondamentale osmosi fra tutti i livelli della realtà.  Nei capitoli concernenti i singoli siti vedremo come, nel corso degli anni, siano stati sfatati numerosi pregiudizi riguardo il progresso tecnico e culturale delle epoche pre-neolitiche; si è scoperto, ad esempio, che l’arte della tessitura è più antica di decine di migliaia di anni di quanto si credesse, che lo stesso vale per la ceramica, che decine di migliaia di anni fa vennero osservati e codificati complessi eventi astronomici, come la Precessione degli Equinozi e le fasi lunari (vedi i più antichi calendari lunari incisi su argilla e avorio di mammuth, come quello di Mal’ta Buret datato 35.000 anni, o quello di Abri Blanchard, datato 34.000 anni, decodificato dal Prof. Alexader Marschack negli anni ’60); è stato sfatata anche l’origine storica della scrittura, mediante lo studio di quelli che sembravano solo dei simboli astratti ricorrenti nell’arte paleolitica. I resti ossei di molti lupi presso l’accampamento di Mezin (per questo denominato Wolf Camp) risalente a 17.000 anni fa, attesta che già era avvenuto l’addomesticamento di questi animali. Tutto questo grazie al contributo di studiosi indipendenti come Chantal Wolkiewiez, Alexander Marschack, Alessandro Bausani e molti altri. Ma sarebbe semplicistico considerare tutto ciò ignorando la fondamentale concezione complessiva della realtà della cultura sciamanica, per la quale nulla si svolge nel contesto di una funzione riduttiva, ma ogni fenomeno della realtà assume un significato integrativo agendo su tutti i livelli; perciò le statuette femminili (dette “Veneri”) non sono da considerare semplicemente come espressioni legate all’idea della fertilità, ma come espressioni dell’energia creativa della Natura e del Cosmo; così come le raffigurazioni faunistiche nei manufatti e nell’arte rupestre non si ascrivono ad una mera funzione utilitaristica legata alla propiziazione della caccia (infatti, la mega-fauna raffigurata sulle pareti delle caverne non corrisponde alla selvaggina di cui comunemente le popolazioni paleolitiche si nutrivano) ma con l’evocazione di energie cosmiche e psichiche e con iconografie allegoriche e mitiche connesse alle osservazioni astronomiche. Ogni oggetto cultuale, pittura o manufatto reca in sè un significato più ampio, profondo e complesso di quanto noi possiamo immaginare se decidiamo di lasciarci condizionare dai limiti della forma mentis che nei secoli ci è stata trasmessa. La tradizione primordiale non concepiva questi limiti, essa connetteva tutti i piani della realtà e, attraverso essi, comprendeva l’infinito.

I CINQUE TESCHI DI DMANISI CHE CAPOVOLGONO LA TEORIA DELL’EVOLUZIONE

A DMANISI, in GEORGIA, su un promontorio alla confluenza dei fiumi MASHAVERA e PHINEZAURI, fra il 1999 e il 2001, sono stati scoperti 5 TESCHI umani risalenti a 1 milione e mezzo di anni fa; ciò significa che l’uomo ha abbandonato l’Africa almeno un milione di anni prima di ciò che la teoria ufficiale afferma. Dunque gli esseri umani iniziarono ad esplorare i continenti in epoche in cui la specie non era ancora molto evoluta; in più: il cranio n.5, denominato HOMO GEORGICUS, presenta aspetti morfologici comuni a molte specie di cosiddetti “ominidi”, come l’HOMO ERGASTER, HOMO ERECTUS, HOMO HABILIS. Le implicazioni di questa scoperta sono enormi, perchè quelle che la scienza evolutiva accademica ha sempre considerato “specie” umane diverse, ovvero “ominidi” da sempre considerati appartenere ad ere e luoghi completamente diversi (provenienti dalla nostra radice evolutiva, ma non annessi al nostro “ramo”) si incontrano nello stesso tempo e nello stesso luogo esattamente presso questo sito archeologico; dulcis in fundo: la specie umana è “una”, e quelli che vengono denominati ominidi non sono gli “esclusi” dal percorso evolutivo, ma appartengono semplicemente a razze diverse, allo stesso modo in cui gli Africani sono diversi dagli Europei, o gli Asiatici lo sono dagli Aborigeni. L’ulteriore implicazione di ciò è ancora più devastante per l’apparato darwinista e la sua inverosimile “casistica”: significa che l’evoluzione della nostra specie non è stata frutto di casuali modificazioni genetiche del tutto accidentali in mezzo ad un intricato cespuglio di altre specie immobili e ottuse, ma la conseguenza di un input primordiale, di un’indirizzo evolutivo innato, intrinseco alla Natura stessa e del quale il nostro DNA esprime di volta in volta gli obiettivi. Ciò è destinato a svalutare irrimediabilmente la teoria darwiniana, e a riportare alla luce l’ipotesi di JEAN BAPTISTE DE LAMARCK (1744-1829), secondo il quale l’evoluzione non è frutto del “caso”, ma dello sforzo, della volontà e del contributo che ogni individuo apporta al cambiamento nelle generazioni successive. Il riconoscimento tardivo della teoria lamarckiana è dato anche dai risultati sugli studi dell’EPIGENETICA, che pongono in risalto l’ereditarietà dei caratteri acquisiti. Quanto può essere deleteria per un sistema economico e sociale basato su sopraffazione e competizione una teoria che pone in risalto il primato della volontà e dello scopo, in opposizione ad un paradigma teorico meccanicista, che svaluta ogni conquista individuale abbruttendo l’esistenza a tutti i livelli e frenando a tutti gli effetti la spinta evolutiva, favorendo apatia, dipendenze e irresponsabilità? Valutate voi. Lo scienziato cibernetico DAVID BLYTHE FOSTER (nato nel 1919, autore del famoso “Intelligent universe- a cybernetic philosophy”, del 1980), nell’ambito di una Conferenza Internazionale affermò:

“Dev’essere certamente ovvio che la natura essenziale della materia è che gli atomi sono l’alfabeto dell’universo, che i componenti chimici sono parole, e che il DNA è una frase abbastanza lunga, o addirittura un intero libro, che cerca di dire qualcosa come elefante, giraffa, o addirittura uomo”.

Il sito in cui sono stati scoperti i 5 teschi è situato su un altipiano, fra le rive di due fiumi: MASHAVERA e PHINEZAURI. Uno di questi teschi, l’ultimo emerso dagli scavi, è stato trovato in mezzo alle rovine di un villaggio medievale chiamato DMANISI, in GEORGIA, a 103 km. dalla capitale TBILISI.

FOTO: i 5 teschi scoperti presso la caverna di Dmanisi, Georgia., risalenti a 1 milione e mezzo di anni fa, descritti nel capitolo qui sopra.

FOTO: l’altopiano e lo scenario in cui sono stati scoperti i 5 teschi umani risalenti a 1 milione e mezzo di anni fa, presso le rovine del villaggio medievale di Dmanisi, nel sud della Georgia, descritto nel capitolo qui sopra..

FOTO: il cranio n.5 di Dmanisi con caratteristiche ibride attribuibili a specie diverse, e risalente a 1 milione e mezzo di anni fa (descritto nel capitolo qui sopra).

LA CAVERNA DI DENISOVA

I pochi resti di un individuo, in seguito classificato come appartenente a una nuova specie detta UOMO DI DENISOVA, sono stati scoperti nel 2008 sui MONTI ALTAI, in SIBERIA; in realtà si tratta del frammento del un dito mignolo di una giovane ragazza, che poteva avere circa 13 anni, a cui è stato attribuito il nome di “donna X”. In seguito all’analisi del DNA mitocondriale eseguito dall’Istituto Max Planck di Antropologia di Lipsia, è stato considerato appartenere ad una specie diversa dal nostro ceppo. La fanciulla in questione è vissuta circa 40.000 anni fa. Nella stessa grotta, all’11° stratificazione del terreno, sono stati scoperti altri reperti ossei relativi all’UOMO DI NEANDERTHAL e strumenti di pietra dell’HOMO SAPIENS. Ciò significa che la caverna ha visto l’avvicendarsi di molte stirpi diverse nel corso dei millenni. La ragazza sarebbe comunque il risultato di un’accoppiamento fra NEANDERTHAL e DENISOVA, così come i nostri progenitori si unirono, a loro volta, all’UOMO DI NEANDERTHAL durante il Paleolitico Superiore.

FOTO: l’ingresso della caverna di Denisova, Monti Altai, Siberia, scenario di importanti scoperte archeologiche relative ad un’epoca compresa tra i 60.000 e i 40.000 anni fa, come descritto nel corso del presente capitolo.

FOTO: i reperti ossei (pochi frammenti) della “Donna X” della caverna di Denisova, Siberia, Monti Altai, risalenti a 40.000 anni fa.

In effetti: due ceppi evolutivi che la teoria ufficiale considera separati da centinaia di migliaia di anni, l’UOMO DI DENISOVA e l’UOMO DI NEANDERTHAL, il cui processo di “speciazione” avrebbe dovuto rendere incompatibili, si sono accoppiati ed hanno generato. NEANDERTHAL e DENISOVA si sarebbero evoluti, secondo lo schema tracciato dalle teorie ufficiali, da un unico antenato a partire da 600.000 anni fa: l’HOMO HILDERBERGENSIS. Si ripete dunque la stessa situazione del teschio n.5 di DMANISI, di cui abbiamo trattato sopra. D’altra parte, si è appurato che il 6% del DNA dei Melanesiani è denisoviano; l’analisi del DNA di 161 persone appartenenti a gruppi diversi in Indonesia e Papua Nuova Guinea hanno permesso di confermare l’esistenza di tracce di DNA di due diverse popolazioni denisoviane, che dovrebbero distare fra loro almeno 280.000 anni. In realtà le uniche differenze esistenti fra DENISOVA e NEANDERTHAL risultano nella conformazione scheletrica, dunque non coinvolgono aspetti essenziali e possono essere paragonabili a quelle esistenti, come detto nel capitolo precedente, fra razze umane diverse ai giorni nostri. In aggiunta, sulla base di nuovi studi si è scoperto che UOMO DI NEANDERTHAL e DENISOVA si sarebbero estinti in seguito ad un eccessivo isolamento e ad una bassa variabilità genetica nell’ambito dei ristretti gruppi di popolazioni. Questo apporta un’ulteriore danno alla teoria neo-darwiniana, e al suo “cespuglio” evolutivo dal quale si sarebbero diramati diversi gruppi attuando il processo di speciazione: la speciazione, ovvero l’isolamento, non può portare che impoverimento genetico e annulamento. A nulla vale l’argomento della maggiore adattabilità dell’HOMO SAPIENS ai cambiamenti sia climatici che ambientali; se l’uomo moderno fosse il risultato di un isolamento evolutivo, quest’isolamento avrebbe portato ad un’involuzione, non ad un’evoluzione, proprio come si considera possa essere accaduto alle altre specie di ominidi. La realtà è soltanto una: in Natura e nell’Universo tutto funziona mediante la circolazione e lo scambio d’informazioni, siano esse genetiche o di qualsiasi altra qualità, e l’isolamento è sempre stato sinonimo di disfacimento e corruzione. Di conseguenza, quello delle diverse specie appartenenti al genere Homo (lontane fra loro nel tempo e nello spazio) alla luce delle nuove scoperte (che rendono sempre più complesso e ingarbugliato il panorama evolutivo) assume più il tono di un mantra, ovvero di una ripetizione con finalità di autoconvincimento. Pertanto l’uomo di NEANDERTHAL era un uomo, di un’altra razza rispetto ai longilinei individui giunti dall’Africa in Europa decine di migliaia di anni fa, come sono diversi i cinesi rispetto agli Zulù; lo stesso vale per l’UOMO DI DENISOVA, i cui geni sono presenti in diverse popolazioni moderne di perfetti esseri umani. In più: anche all’interno della stessa razza neanderthaliana, esistevano diversissimi sotto-gruppi, come spiega il prof. ANDERS GOTHERSTROM, specializzato in archeogenetica, dell’Università di Uppsala:

“La quantità di variazione genetica nei Neanderthal geologicamente più antichi, come in Asia, era altrettanto grande di quella degli esseri umani moderni, mentre la variazione tra gli ultimi Neanderthal europei non era superiore a quella degli esseri umani moderni in Islanda”

Concediamoci qualche digressione prima di tornare alla caverna di DENISOVA, in modo da poterne considerare gli straordinari ritrovamenti sotto la luce di una visione più ampia. Ebbene: la scienza evolutiva in questi ultimi anni è stata scossa da scoperte e constatazioni che rendono la storia della nostra specie certamente molto più complessa, ampia e interessante. Innanzitutto, le retrodatazioni sono sempre all’ordine del giorno, come suggerisce il ritrovamento in CALIFORNIA, durante lavori in corso su un manto stradale, nel 1992, di ossa di mastodonte che mostrano tracce di manipolazione umana, con strumenti di pietra, risalenti a ben 130.000 anni fa! Gli studi sui reperti sono stati approfonditi a partire dal 2017. Questo non solo demolisce la vecchia convinzione secondo la quale l’uomo avrebbe raggiunto le Americhe in un periodo non superiore ai 30.000 anni fa, ma ritenendo che il ceppo CRO-MAGNON abbandonò l’Africa circa 70.000 anni fa, a raggiungere la CALIFORNIA in questo caso avrebbero dovuto essere uomini di NEANDERTHAL, o uomini di DENISOVA. In più, avrebbero dovuto essere dotati di mezzi progrediti di navigazione, quindi già culturalmente abbastanza evoluti da poter intraprendere la colonizzazione di terre lontane e sconosciute, che esigevano una notevole capacità di adattamento. Fatto sta che la colonizzazione umana dell’America dev’essere retrodatata almeno 100.000 anni prima di ciò che si pensava. D’altra parte noi condividiamo almeno il 4% del patrimonio genetico di NEANDERTHAL, elemento comune a tutte le popolazioni non africane. Dopo la scoperta dell’antica unione fra NEANDERTHAL e CRO-MAGNON, il frammento osseo di DENISOVA, il cranio ibrido di DMANISI, le ossa manipolate della CALIFORNIA…penso che sia doveroso ricostruire l’intero panorama evolutivo dell’umanità, riabilitando teorie di qualche anno più più vecchie, ma più attendibili di quella darwiniana, come appunto il Lamarckismo.

Il bracciale di clorite della Caverna di Denisova

Ma i nostri fratelli (non “cugini”) denisoviani ci dimostrano anche un elevato livello artistico nella lavorazione di gioielli e ornamenti in materiali difficili da reperire, come il BRACCIALE di CLORITE scoperto nella stessa caverna dove è emerso il frammento osseo della ragazza di cui abbiamo trattato nel paragrafo precedente: un gioiello di fattura estremamente raffinata, dal diametro di 7 cm., largo 2,7 cm. e dallo spessore di 0,9 cm. Perchè non riusciamo a meravigliarci di questo? Perchè l’uomo di DENISOVA apparteneva ad una razza diversa da tutte quelle che fino ad allora avevamo esaminato, ma era un uomo (in questo caso una ragazza) e apparteneva esattamente alla stessa specie, una e indivisibile, umana, esattamente come l’uomo di NEANDERTHAL, evolutasi nel tempo in molti gruppi etnici differenti, che come tali si incontravano, si univano, generavano e in questo modo svolgevano il compito stabilito dalla Natura, che è quello del cammino verso l’espansione e la complessità indispensabile all’evoluzione (speciazione ed isolamento generano stagnazione, che porta all’estinzione).

FOTO: ricostruzione degli accessori di cui era dotato il bracciale di clorite scoperto nella caverna di Denisova (Siberia, Monti Altai) e di come veniva indossato. Datazione: 60.000 anni.

Descrizione del bracciale di Denisova

Il bracciale di DENISOVA è stato creato con una perizia tecnica che finora era considerata appartenere ad epoche storiche, o quantomeno all’era Neolitica: il foro presente nel punto in cui il bracciale è spezzato è stato ottenuto usando un utensile che doveva essere mosso con una rotazione molto veloce data la sua perfetta rotondità; inoltre il monile doveva essere arricchito di ulteriori ornamenti, come ad esempio un pendente, legato ad una striscia di pelle o altro. Il professor ANATOLIJ DEREVJANKO (direttore dell’Istituto di Archeologia ed Etnografia dell’Accademia russa delle Scienze) così spiega:

“L’antico artigiano era esperto di tecniche che prima non erano considerate caratteristiche del Paleolitico, come praticare un foro tramite un utensile di tipo raspa, molando e lucidando per mezzo di pelli con diversi gradi di concia.”

Siamo certi che il bracciale di DENISOVA, giunto fino a noi dopo 60.000 anni, sia soltanto un timido assaggio delle meraviglie che dovremo scoprire in futuro riguardo i nostri antenati, e una cosa è certa: essi avevano una visione del mondo certamente più realistica e priva di sovrastrutture.

FOTO: due prospettive del bracciale in clorite della caverna di Denisova (Siberia, Monti Altai), risalente a 60.000 anni, descritto nel paragrafo qui sopra.

IL SITO PALEOLITICO SIBERIANO DI MALTA BURET

Il villaggio paleolitico di MALTA è situato nella RUSSIA SIBERIANA, lungo il corso del fiume ANGARA (o Tunguska Superiore), nella regione di IRKUTSK. I ritrovamenti di questo sito archeologico risalgono ad un periodo che va dai 26.000 ai 17.000 anni fa. Il sito, costituito da un villaggio di abitazioni sotterranee, prende lo stesso nome di due villaggi moderni situati a poca distanza: Mal’ta e Buret. A soprintendere le ricerche in questo sito fu l’archeologo e antropologo sovietico MIKHAIL MIKHAYLOVICH GERASIMOV (1907 – 1970), che se ne occupò dal 1927. GERASIMOV è famoso per essere il precursore della scienza forense sullo studio e la ricostruzione dei volti sulla base dei teschi, occupandosi di centinaia di soggetti, dai Neanderthal, Cro-Magnon fino alla ricostruzione di personaggi storici. Dagli studi è stato rilevato che gli abitanti del villaggio paleolitico MALTA-BURET dovevano avere dei tratti somatici simili agli attuali Mongoli.

FOTO: uno scenario sulle sponde del fiume Angara, nella Russia Siberiana, vicino al quale è stato scoperto il villaggio paleolitico di Mal’ta Buret, i cui reperti coprono un arco temporale da 26.000 a 17.000 anni fa.

Gli oggetti scoperti nel sito di Malta Buret

I ritrovamenti emersi da questo sito sono svariati e interessantissimi, illustrano quasi come un’istantanea la vita, la spiritualità e l’atmosfera da cui erano pervasi i nostri antenati: 29 statuette di cosiddette “VENERI”, oggetti d’avorio a FIGURE UMANE STILIZZATE dal corpo filiforme, statuette nude e statuette che probabilmente raffigurano individui coperti da pesante vestiario con cappuccio, frammenti di ZANNE DI MAMMUTH decorati con figure animali, CIONDOLI d’avorio di mammuth a forma d’uccello, addirittura uno di questi presenta le sembianze di un CIGNO, altri sono estremamente stilizzati, ASTE d’avorio decorate con motivi geometrici, CUCCHIAI D’AVORIO, BRACCIALI, un CALENDARIO LUNARE istoriato su placca d’avorio, FORCINE per capelli, STRUMENTI per lavorare le pelli, come un RASCHIETTO di selce incastonato in un osso di renna.

FOTO: uno spuntone d’osso lungo 30 cm.con tracce cromatiche. Dal sito paleolitico di Mal’ta Buret. Datazione: 26.000 anni.

FOTO: una forcina d’osso, lunga 15,8 cm. Dal sito paleolitico di Mal’ta Buret. Datazione: 26.000 anni.

FOTO: bracciale ricavato da zanna di mammut, diametro 9,2 cm. Dal sito paleolitico di Mal’ta Buret. Datazione: 26.000 anni

Il bambino di Malta Buret, i risultati del DNA e il corredo tombale

Le più antiche tracce di occupazione del sito di MAL’TA BURET risalgono ad almeno 40.000 anni fa; nel corso dei millenni successivi gli studiosi hanno identificato la presenza di due ceppi culturali dell’Asia nord-orientale e della SIBERIA, che hanno denominato: MAL’TA BURET e AFONTOVA GORA (di quest’ultima ce ne occuperemo in seguito). Oltre alle tracce perimetrali delle abitazioni e agli straordinari reperti, il ritrovamento più importante è senz’altro la sepoltura di un BAMBINO di circa 4 anni, di cui rimane il cranio fossile e pochi elementi dello scheletro. Fra gli ornamenti e gli oggetti trovati assieme al BAMBINO è sensazionale il rinvenimento della COLLANA ch’egli indossava, assolutamente integra, costituita da 120 perle piatte come dischetti, 6 pendenti laterali ed uno grande centrale di pietra, dalla forma a fuso e sferico al centro. Sempre nella tomba del bambino è stato scoperto un disco di pietra con foro centrale, ricoperto di decorazioni a tacche; una STATUETTA FEMMINILE; un PENDENTE, lungo circa 15 cm., che raffigura un uccello stilizzato in avorio di mammuth; un altro DISCHETTO con foro centrale, decorato con ondine, che forse veniva applicato sui vestiti all’altezza del petto; una ZANNA di mammuth; intorno al capo sono rimaste le tracce di un possibile DIADEMA che adornava la fronte del fanciullo. ESKE WILLERSLEV (nato nel 1971), genetista, paleontologo ed antropologo danese, mediante un campione dell’osso del braccio del bambino, ha potuto sequenziarne il DNA, confrotandolo con quello delle popolazioni odierne. Lo studio è stato pubblicato il 20 novembre 2013 dalla rivista Nature (https://www.nature.com/articles/nature12736), e da esso risulta che a livello mitocondriale il DNA delle antichissime popolazioni paleolitiche stanziatesi in SIBERIA era dello stesso tipo riscontrato oggi in regioni euroasiatiche occidentali ed è alla radice di gran parte del patrimonio genetico dei NATIVI AMERICANI. La COLLANA trovata al collo del bambino nella sepoltura risalente a 26.000 anni fa, è costituita da 120 perline di eccezionale lavorazione, con fori effettuati con grande maestria e uno stile che mostra connessioni con oggetti simili provenienti da AFONTOVA GORA, un altro sito paleolitico distante poche centinaia di chilometri da MAL’TA. La placchetta (o RONDELLA) di pietra decorata a ondine trovata fra il corredo del bambino di MAL’TA, veniva probabilmente applicata sui vestiti di pelle. Purtroppo non sono riuscita a trovare informazioni circa le misure dell’oggetto.

FOTO: il cranio fossile del bambino di Mal’ta Buret, esposto al Museo della città siberiana di Irkutsk, assieme alle collane agli ornamenti nella posizione in cui sono stati scoperti. La sepoltura, descritta nel paragrafo qui sopra, risale a 26.000 anni fa.

FOTO: la collana del bambino di Mal’ta Buret, con 120 perle piatte e 6 pendenti laterali, in avorio di mammut, dalla sepoltura risalente a 26.000 anni fa.

FOTO: dischetto d’avorio con foro centrale, dalla sepoltura del bambino di Mal’ta Buret, descritta nel paragrafo qui sopra. Forse veniva applicato sui vestiti, ed è stato trovato all’altezza del petto. Diametro circa 5 cm. Datazione: 26.000 anni.

Il calendario lunar di Malta Buret

Una piastra ottenuta da una zanna di mammuth, con un foro centrale, di 10,38 x 8,1 cm., datata circa 23.000 anni, è stata incisa con una grande spirale di fori al centro, e altre 7 spirali più piccole sui bordi. Il lato opposto è decorato con tre serpenti incisi, all’apparenza dei cobra. Questo fatto è davvero singolare, e non dev’essere spiegato in termini di esperienze visive della quotidianità di quelle popolazioni, poichè nell’emisfero settentrionale asiatico siberiano non vi erano condizioni climatiche favorevoli alla sopravvivenza di queste specie; bensì potrebbe costituire una reminiscenza lontana, e molto più probabilmente un’iconografia simbolica incarnata dalla figura del serpente. Dobbiamo per questo ricordare che, in un periodo più recente, circa 13.000 anni fa, sui manufatti litici di GOBEKLI TEPE, in ANATOLIA, vennero scoperte analoghe raffigurazioni di serpenti, il cui apporto simbolico è ben noto e si è protratto universalmente in tutte le epoche storiche. Per quel che riguarda il complesso schema a spirali puntiformi, lo storico inglese GEOFFREY ASHE (nato nel 1923) ipotizza possa raffigurare uno dei primi calendari lunari. Infatti, la forma a spirale dev’essere stata inizialmente associata alla descrizione delle fasi lunari, e alla comprensione del loro influsso sugli eventi terreni; allo stesso modo questo sistema ciclico doveva essere esteso, per analogia, ad ogni livello dell’esistenza. Non dobbiamo cadere nell’inganno di una mentalità accademica meschina, tesa a ridurre ogni creazione artistica o ritualità preistorica nel contesto di scopi meramente utilitaristici. Il primo studioso ad identificare i cicli lunari nei manufatti preistorici fu ALEXANDER MARSHACK (1918 – 2004), uno specialista del Paleolitico e studioso indipendente. In modo più approfondito è trattato quest’argomento nell’articolo a quest’indirizzo:

https://alessia-birri.blogspot.com/2019/04/il-calendario-lunare-paleolitico-e-il.html

FOTO: il calendario lunare dal sito di Mal’ta Buret, Siberia, descritto nel paragrafo qui sopra. Dimensioni: 10,38 x  8,1 cm. Piastra ricavata da avorio di mammut. Datazione: 23.000 anni. Una descrizione più dettagliata si avrà accedendo ad un mio precedente articolo cliccando il link pubblicato qui sopra.

FOTO: il lato posteriore decorato con figure di serpenti del calendario lunare, descritto nel paragrafo qui sopra, della foto precedente. Dal sito paleolitico di Mal’ta Buret, Siberia. Dimensioni: 10,38 x  8,1 cm. Piastra ricavata da avorio di mammut. Datazione: 23.000 anni. Una descrizione più dettagliata si avrà accedendo ad un mio precedente articolo cliccando il link pubblicato qui sopra.
Le Veneri di Mal’ta Buret

Le statuette femminili di Malta Buret

Fra le 29 STATUETTE FEMMINILI, o VENERI rinvenute nel sito paleolitico di MAL’TA BURET, 23 sono in condizioni abbastanza buone, altre sono identificate mediante frammenti; due di esse sono lavorate in corno di renna, tutte le altre in avorio di mammuth, la più alta delle quali raggiunge i 13,5 cm., la più piccola è di 4 cm. Le caratteristiche fisiche delle figure femminili siberiane sono decisamente diverse da quelle scoperte in EUROPA: lo stile è più asciutto e schematico, offrendo poco risalto alle forme, fino a sfociare in rappresentazioni minimaliste costituite da lunghi fusi con una testa in cima. Il tratto dei seni, del pube e delle gambe è generalmente ottenuto tramite incisione. Siamo ben lontani dalle forme rotondeggianti, prorompenti ed accurate delle VENERI paleolitiche europee. Inoltre vi è l’ostinata enfasi dimostrata dagli artisti europei nella rappresentazione dell’apparato genitale femminile, portata a volte al parossismo (come la Venere steatopigia di MONPAZIER-Francia, alta 5,6 cm.), così come i molti manufatti falliformi ritrovati in varie grotte di tutta Europa. La caratteristica più interessante che contraddistingue le VENERI siberiane è certamente l’accenno al vestiario, ottenuto con incisioni a tacche lungo tutto l’asse della figura, a volte fino al capo ad indicare un cappuccio di pelliccia; altre volte i capelli sembrano sciolti e ondulati. Ci si può fare un’idea dei costumi rappresentati attraverso le ricostruzioni dell’artista e ricercatore cecoslovacco LIBOR BALAK. Le gambe terminanti in un unica forma affusolata potrebbero indicare che le statuette venivano conficcate nel terreno, ma avrebbe potuto esistere anche un supporto di altro genere, come legno o pietra. Nella maggior parte dei casi esse venivano portate al collo, come monili, e alcune sono provviste dell’apposita foratura. Un altra particolarità di grande interesse che differenzia le VENERI siberiane da quelle occidentali è certamente il tratteggio del volto, del tutto assente nelle prosperose statuette femminili europee; queste ultime, infatti, possono recare copricapi che ricoprono tutta la testa (come la VENERE DI WILLENDORF) o presentare teste insettiformi (come quelle dei BALZI ROSSI) oppure avere il volto levigato (come la VENERE DI LAUSSEL). Quelle di MAL’TA, invece, hanno sempre il volto ben evidenziato, sebbene i tratti siano, per la maggior parte, troppo stilizzati per poterne ricavare qualche idea sulle caratteristiche fisiognomiche di queste popolazioni. Una di queste statuette reca, sulla spalla, lo stesso simbolo a forma di piuma rappresentato in molte caverne europee. Altre figurine dal corpo allungato, alte circa 4 cm., da appendere al collo, sono ricoperte di tacche orizzontali profondissime, che ricoprono il capo incorniciando il viso, e sembra evidente vogliano raffigurare pesanti indumenti di pelliccia. E’ possibile che le statuette slanciate ritraggano figure maschili.

FOTO: una delle Veneri in avorio di mammuth descritte nel paragrafo qui sopra, dal sito di Mal’ta Buret, risalente a 26.000 anni fa, alta circa 8 cm.

FOTO: un’altra delle 29 Veneri, o statuette femminili, in avorio di mammut scoperte nel sito paleolitico di Mal’ta Buret, in Siberia, risalente a circa 26.000 anni fa. Altezza: 8,7 cm. Descritta nel paragrafo qui sopra.

FOTO: ciondolo a forma di statuetta femminile, in avorio di mammut, dal sito paleolitico siberiano di Mal’ta Buret. Datazione: circa 26.000 anni. Altezza: poco più di 5 cm. Descritta nel paragrafo qui sopra.

FOTO: il volto di una delle Veneri di Mal’ta Buret descritte nel paragrafo qui sopra, in avorio di mammuth, risalenti a circa 26.000 anni fa. Altezza: circa 8 cm. Reca tracce di pigmento nero.

FOTO: il retro dei una delle statuette femminili del sito paleolitico di Mal’ta Buret (Siberia) desctitte nel paragrafo qui sopra, risalenti a circa 26.000 anni fa. L’artista ha riprodotto una folta chioma fluente. Altezza: 8,7 cm.

FOTO: la precedente statuetta dalla folta chioma vista sui due lati. Avorio di mammut, altezza 8,7 cm.Datazione: 26.000 anni. Sul davanti reca elementi di vestiario.

FOTO: altro esempio di capigliatura in una delle statuette femminili di Mal’ta Buret, Siberia, risalenti a 26.000 anni fa, descritte nel paragrafo qui sopra. La to posteriore. Altezza: circa 8 cm.

FOTO: l’estrema stilizzazione di una statuetta proveniente dal sito paleolitico di Mal’ta Buret, Siberia, in avorio di mammut, risalente a circa 26.000 anni fa. Altezza circa 8 cm. Descritta nel paragrafo qui sopra.

FOTO: ciondolo a figura umana, probabilmente maschile, in avorio di mammuth, che riproduce elementi di vestiario, probabilmente una folta pelliccia con cappuccio. Altezza: 4,2 cm. Datazione: circa 26.000 anni.

FOTO: un altro ciondolo  a figura femminile con folta pelliccia e cappuccio. Avorio di mammut, dal sito paleolitico di Mal’ta Buret, Siberia. Altezza: 4,2 cm. Descritta nel paragrafo qui sopra. Datazione: 26.000 anni.

FOTO: una ricostruzione del vestiario riprodotto sulle statuette presenti nelle foto precedenti, ad opera dell’artista cecoslovacco LIBOR BALAK.

I pendenti d’avorio a forma d’uccello di Malta Buret

I 14 PENDENTI aviformi stilizzati di MAL’TA BURET (in avorio di mammuth, il più grande dei quali misura circa 15 cm.), rientrano nel contesto dell’iconografia sciamanica (che vede il suo seguito nei culti neolitici e nelle tradizioni storiche), nella quale la figura dell’uccello viene identificata con il volo dell’anima, o con una dimensione spirituale superiore, in grado di mediare fra cielo e terra; in questo caso il potere dell’uccello incarna lo Spirito divino. Abbiamo già trattato ampiamente quest’argomento in altri saggi precedenti, presenti in questo blog, ma è importante ricordare l’eredità storica di queste rappresentazioni, nelle figure delle divinità alate presenti pressochè in tutte le antiche civiltà, nell’immagine della dea uccello neolitica, fino alle iconografie angeliche della nostra epoca: tutti questi elaborati concetti derivano dall’ancestrale identificazione sciamanica con l’essenza dell’uccello ed il suo totemico potere. Dunque, vorrei lanciare una mia personalissima ipotesi: osservando i PENDENTI A FORMA D’UCCELLO di MAL’TA, non può non essere notata la somiglianza con la CROCE ANSATA (ANKH) della civiltà Egizia, che era solitamente indossata come amuleto e simboleggiava, appunto, la Vita eterna, allo stesso modo in cui durante il NEOLITICO e presso le popolazioni primordiali, l’anima del defunto veniva rappresentata sotto forma di uccello, e anche lo Spirito dello Sciamano che ha raggiunto la visione suprema, e come un qualsiasi voltatile può osservare il mondo dall’alto nella sua totalità. Presso tribù e popoli indigeni adornarsi di piume d’uccello non è questione legata alla loro bellezza, ma al potere dell’animale che le ha possedute. In questo caso la figura della croce, e specificamente della CROCE ANKH, potrebbe essere una semplificazione della primordiale raffigurazione dell’uccello sotto forma di amuleto. E’ chiaro: la SIBERIA è così lontana dall’EGITTO, ma la spiritualità primordiale era assolutamente interconnessa e, al di là delle differenze superficiali che si potevano presentare in ambito artistico e nei costumi, il filo conduttore era universale. Oltre a quelli sopra descritti, vi sono altri CIONDOLI A FORMA D’UCCELLO scoperti sempre nel sito di MAL’TA BURET, meno stilizzati, dal corpo scolpito a tutto tondo, fra i quali uno magnifico che ritrae l’insolita immagine di un CIGNO; questi CIONDOLI misurano poco più di 4 cm.

FOTO: i pendenti a forma d’uccello stilizzato dal sito paleolitico di Mal’ta Buret, in avorio di mammut. Altezza: circa 7,8 cm. Descritti nel paragrafo qui sopra.

FOTO: uno dei pendenti d’avorio di mammut a forma di uccello stilizzato, alto circa 7 cm. e mezzo, che ricorda la croce ansata degli Egizi. Datazione: 26.000 anni. Dal sito paleolitico di Mal’ta Buret, Siberia. Descritto nel paragrafo qui sopra.

FOTO: un altro ciondolo a forma d’uccello, in avorio di mammut, dal sito paleolitico di Mal’ta Buret. Lunghezza: 4,2 x 17 cm.

FOTO: uccello, probabilmente un cigno, in avorio di mammut, ato circa 5 cm., dal sito paleolitico di Mal’ta Buret, Siberia. Datazione: 26.000 anni. Descritto nel paragrafo qui sopra.

Le abitazioni del villaggio paleolitico di Malta Buret

L’accampamento paleolitico di MAL’TA BURET è un complesso abitativo all’aperto, situato su terrazzamenti alluvionali lungo le principali valli che si affacciano sul sistema fluviale BELAYA ANGARA, associate ad un suolo fossile che si è formato durante un periodo relativamente caldo, in un’area a ovest del lago BAIKAL. I resti delle abitazioni venuti alla luce nel 1927, in seguito agli scavi effettuati sotto la soprintendenza dell’antropologo sovietico MIKHAIL GERASIMOV (1907-1970) indicano un sistema abitativo semi-sotterraneo, con il vano d’entrata costituito da grandi zanne di mammuth adatte a formare la volta della capanna, ricoperte poi di pelli. La base delle capanne era costituita da muretti circolari a secco, larga più o meno 4 o 5 metri. E’ probabile che questo sistema di costruzione (adatto al mantenimento del calore interno all’abitazione, poichè vi era scavato un passaggio sotterraneo per accedere durante l’inverno) sia stato simile a quello adottato dagli odierni Eskimesi.

FOTO: una riproduzione dello scheletro delle abitazioni del villaggio paleolitico di Mal’ta Buret, Siberia, risalente a 26.000 anni fa, descritte nel paragrafo qui sopra.

IL SITO PALEOLITICO SIBERIANO DI AFONTOVA GORA

Il sito archeologico di AFONTOVA GORA è associato alla medesima cultura e gruppo etnico di MAL’TA BURET, di cui abbiamo trattato qui sopra. I primi scavi furono effettuati nel 1884, dall’archeologo IVAN SAVENKO. Si tratta di un insediamento abitativo, datato da 20.000 a 18.000 anni fa, venuto alla luce in una zona d’interesse minerario, su un terrazzamento alluvionale sulle rive del fiume YANISEI, nei pressi della città di KRASNOYARSK, SIBERIA, RUSSIA. Le stratificazioni archeologiche rilevate sono 5, e sono emerse in periodi diversi nell’arco di più di cento anni dall’inizio dei primi scavi. Oltre a ritrovamenti riguardanti circa 20.000 reperti, fra cui 450 STRUMENTI e 250 ossa lavorate, ASCE, MONILI realizzati con denti di animali traforati, PERLINE per collana simili a quelle del BAMBINO di MAL’TA, e forse prodotte dallo stesso artigiano, sono stati scoperti i RESTI FOSSILI di un BAMBINO e di un UOMO, che comprendono il frammento di una mascella, un’ulna, la falange di un dito e un osso frontale. La mandibola è stata scoperta nel 2014, e si stima abbia almeno 16.000 anni. I reperti ossei e dentali sono custoditi al museo dell’Ermitage, e recentemente si è potuto estrarre il DNA, che conferma trattarsi di due maschi. Ai ricercatori non è sfuggita l’appartenenza genetica dei due individui di AFONTOVA GORA allo stesso ceppo del BAMBINO di MAL’TA BURET; dalle analisi effettuate sono state rilevate anche affinità con la tribù indigena KARITIANA dell’AMAZZONIA (costituita oggi da circa 360 persone). La mandibola, comunque, è stata classificata di tipo gracile. Si potrebbe a questo punto ipotizzare un aspetto fisico forse simile a quello della popolazione siberiana degli OSTIACHI, i cui tratti mongoli sono spesso uniti a capelli biondi? Oppure avrebbe potuto trattarsi di una razza intermedia e indefinibile dagli attuali parametri?

FOTO: una panoramica dello scenario naturale che circonda il sito paleolitico di Afontova Gora, sulle rive del fiume Yanisei, Siberia. Si tratta di un insediamento abitativo risalente a 20.000 anni fa, descritto nel capitolo qui sopra.

FOTO: i frammenti della mandibola di un uomo scoperta nel 2014, dal sito paleolitico di Afontova Gora, descritto nel capitolo qui sopra. Età stimata: 16.000 anni.

FOTO: perline d’avorio finemente lavorate, dal sito paleolitico di Afontova Gora, Siberia, descritto nel capitolo qui sopra. Datazione: 20.000 anni.

IL SITO PALEOLITICO DI AVDEEVO NELLA RUSSIA SIBERIANA

AVDEEVO è uno stanziamento paleolitico della RUSSIA SIBERIANA, nei pressi della provincia di KURSK, sulle rive del fiume SEJM; i reperti emersi dalle indagini archeologiche sono datati a circa 23.000 anni fa. La sua scoperta risale al 1941, e gli studi sono stati eseguiti dagli archeologi sovietici MIKHAIL VACLAVOVICH VOEVODSKIJ (1903-1948) e ALEXANDER NIKOLAEVICH ROGACHEV (1912-1984). E’ stata rilevata la presenza di due spazi abitativi, dal perimetro ovale, con abitazioni sorrette da ossa e zanne di mammuth, all’interno delle quali vi sono tracce degli antichi focolari e si aprono spazi sotterranei. Lo scenario in epoca paleolitica era quello di una steppa glaciale, popolata da mammuth, leoni delle caverne, bisonti, renne, rinoceronti lanosi, orsi bruni, lupi, volpi, marmotte, lepri…Poco più in là, a 20 metri di distanza, gli scavi archeologici hanno messo in luce un’altro stanziamento, costituito da un area di 20 metri x 15, all’interno della quale sono emersi 5 FOCOLARI, 10 POZZI DI STOCCAGGIO in cui sono stati immagazzinati STRUMENTI d’osso lavorato. In totale, nel 2° stanziamento di AVDEEVO sono stati trovati 39.496 STRUMENTI DI SELCE; nel 1° accampamento 24.100 reperti. Le ossa lavorate scoperte sono circa 600 nel 1° sito, 2000 nel 2°, per la maggior parte prodotte da ossa e zanne di mammuth. ASTUCCI PER AGHI ottenuti da lunghe ossa cave di grandi uccelli, lunghe circa 20 cm., decorate in superficie.

FOTO: bracciale in avorio di mammuth, dal sito paleolitico di Avdeevo, Russia siberiana. Datazione: 23.000 anni.

Le statuette femminili, o “Veneri”, di Avdeevo

Fra tutte le scoperte del sito all’aperto di AVDEEVO, le 11 STATUETTE FEMMINILI (o VENERI) rappresentano sicuramente l’elemento più importante. Sono quasi tutte in tagliate in avorio di mammuth, e l’altezza varia dagli 8 ai 15 cm., datate fino a 23.000 anni.

La “Doppia-Venere” di Avdeevo

La più enigmatica è senz’altro la cosiddetta DOPPIA VENERE, perchè si tratta di due figure intere femminili, unite alla schiena e capovolte una rispetto all’altra, alte 15 cm. L’interpretazione simbolica di questo artefatto potrebbe condurre ai poteri psichici dello Sciamano, e alla sua capacità di “capovolgere” e scuotere sè stesso mutando radicalmente personalità mediante l’identificazione con altre entità, ipotesi che viene suggerita dal ricercatore NEIL HARRISON (1961), nel suo libro “The Origins of Europeans and Their Pre-Historic Inventiveness”. A questo proposito si può portare ad esempio un episodio del libro “Il potere del silenzio”, di CARLOS CASTANEDA, in cui lo Sciamano DON JUAN subisce una metamorfosi “capovolgente”, trasformandosi improvvisamente da uomo sano e robusto in vecchio malato e moribondo, e recuperando in seguito il suo aspetto normale. Si potrebbe dissertare a lungo sul significato, o “sui” significati di quest’opera, poichè nella visione sciamanica dell’esistenza ogni manifestazione viene considerata sotto tutti gli aspetti e livelli possibili della realtà: così la figura femminile non dev’essere considerata in senso stretto come una semplice rappresentazione della capacità riproduttiva della donna, ma secondo una visuale più estesa ed universale come percezione dell’energia creativa che sottende l’universo, della quale la donna rispecchia soltanto una delle infinite manifestazioni. Seguendo questo filo conduttore potremmo interpretare la DOPPIA VENERE di AVDEEVO come una sorta di flusso di energia creativa (incarnata dal soggetto femminile) che scaturisce da una dimensione nascosta (rappresentata dalla Venere rovesciata) realizzandosi nella sfera materiale. In questo caso le statuette capovolte, unite alle spalle, simboleggiano le due dimensioni della realtà: visibile e invisibile. La figura del “doppio” è un archetipo ancestrale, del quale si potrebbero portare innumerevoli esempi, non soltanto nella successiva epoca storica o Neolitica, ma nel contesto della stessa arte paleolitica, come la VENERE DELLA CARTA DA GIOCO del riparo sotto roccia di LAUSSEL (costituita da due figure rovesciate come in uno specchio), o il monile d’ambra detto “LA COPPIA” dei BALZI ROSSI, il manufatto d’avorio di GAGARINO, in UCRAINA, che ritrae due esseri umani uniti per il capo in direzioni opposte. In epoca storica possiamo ricordare il KHA degli Egizi, ovvero l’essenza immortale al di là del tempo; la FRAVASHI dell’antica Persia: un’entità femminile al di là del tempo (quindi della manifestazione materiale) che si identifica con l’anima. Il fulcro del percorso iniziatico è proprio il legame che la consapevolezza profonda è in grado di instaurare fra tutti gli opposti: visibile e invisibile, alto e basso, luce e oscurità; un legame simboleggiato da innumerevoli raffigurazioni allegoriche nel corso di tutta la storia umana, di cui probabilmente la DOPPIA VENERE di AVDEEVO rappresenta uno dei più antichi esempi: l’elemento fisico e soggetto al tempo e al cambiamento, e la parte costitutiva immateriale dell’essere umano, il noto e l’ignoto. La datazione è di 23.000 anni.

FOTO: la misteriosa Doppia Venere di Avdeevo, in avorio di mammut, alta 15 cm., datata 23.000 anni, descritta nel paragrafo qui sopra. Dal sito paleolitico di Avdeevo, Russia siberiana.

Le altre 8 “Veneri” del sito paleolitico di Avdeevo

ATTENZIONE: la numerazione delle statuette è opera mia per agevolare la consultazione delle foto in questo post e non corrisponde a nessun catalogo ufficiale).

La STATUETTA N.1 delle 9 rimanenti oltre la DOPPIA VENERE di cui abbiamo trattato nel paragrafo sopra, è intagliata in avorio di mammuth in modo molto rozzo; è priva di gambe e di elementi delineati; è alta 14,5 cm. Avorio di mammuth. Datazione: 23.000 anni.

STATUETTA N.1 di Avdeevo – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.2 è alta 12,5 cm. e sembra piuttosto un’opera abbozzata e lasciata incompiuta: i tratti sono intagliati molto rozzamente e la figura è priva di connotazioni femminili, sembrerebbe piuttosto la raffigurazione di una “donna-orso”. Avorio di mammuth. Datazione: 23.000 anni.

STATUETTA N.2 di Avdeevo – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.3 è anch’essa un’opera incompiuta, alta 8 cm., mostra evidenti le tracce degli strumenti di lavorazione. Avorio di mammuth. Datazione: 23.000 anni.

STATUETTA N.3 di Avdeevo – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.4 viene identificata come una figura MASCHILE; è alta 21 cm. e larga 6 cm. Le sue dimensioni fanno pensare ad un oggetto cultuale da porre su un altare o in una nicchia. Anche questo è lavorato in modo grossolano, e le sue fattezze potrebbero delineare piuttosto un teriantropo: infatti al posto del viso sembra emergere il muso di un orso e sul capo si erge una sporgenza che potrebbe indicare le orecchie dell’animale. A questo soggetto si può forse collegare anche la precedente statuetta n.2. Avorio di mammuth. Datazione: 23.000 anni.

STATUETTA N.4 di Avdeevo – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.5  è alta 16 cm., ed è un’opera lavorata molto accuratamente, dalla figura longilinea e, al contempo, formosa, dalla consueta testa “insettiforme”, levigata e rifinita nei particolari a tutto tondo. Avorio di mammuth. Datazione: 23.000 anni.

STATUETTA N.5 di Avdeevo – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.6, sempre in avorio di mammuth, è alta 9,5 cm.; la testa è stata modellata nel consueto stile insettiforme, decorata a reticoli simili a quelli presenti sul capo della VENERE DI WILLENDORF, e con un incisione profonda all’altezza del mento fino alla nuca, che potrebbe suggerire l’immagine di un serpente piuttosto che quella di un insetto, come generalmente viene definita. La datazione è di 23.000 anni. E se questa iconografia invece, come penso, raffigurasse l’antesignana della SIGNORA DEI SERPENTI, o la DONNA SERPENTE presente in epoca Neolitica e nel culto Minoico? Appurato che ogni iconografia sacra successiva affonda le radici nella spiritualità sciamanica primordiale, possiamo portare ad esempio l’immagine della DEA INSETTO della cultura neolitica VINCA, presente nella zona dei BALCANI in un periodo da 7.000 a 5.000 anni fa.

STATUETTA N.6 di Avdeevo – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.7 è alta 9 cm., in avorio di mammuth. Rappresenta una figura femminile molto formosa, dalle spalle leggermente contratte e fianchi larghi. Presenta il solito aspetto insettiforme (o serpentiforme?) del capo, e a guardarla di profilo si potrebbe quasi intravedere la sinuosità di un cobra. Datazione: 23.000 anni.

STATUETTA N.7 di Avdeevo – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.8 di AVDEEVO è davvero straordinaria. Sempre modellata in avorio di mammuth, costituisce il frammento di una statuetta di circa 30 cm., ritraente il busto dal collo al pube, dalle fattezze estremamente naturalistiche, con due seni enormi modellati ad altissimo rilievo, pancia rigonfia e due corte braccia con mani appoggiate sui fianchi incise in modo schematico rispetto al resto della figura. Questa, se fosse intera, sarebbe la più grande delle statuine ritrovate nell’area di AVDEEVO.Datazione: 23.000 anni.

STATUETTA N.8 di Avdeevo – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.9 di AVDEEVO misura 2,7 cm., sempre in avorio di mammuth. Si tratta del frammento di una miniatura, che, viste le dimensioni, risulta di pregevole fattura. Di questa minuscola statuetta è rimasta la parte centrale, costituita da torso, fianchi e gambe fino alle ginocchia. I seni sono piuttosto piatti, la pancia rigonfia, le braccia allungate sull’addome. Datazione: 23.000 anni.

STATUETTA N.9  di Avdeevo – vedi didascalia qui sopra.

Seguono elementi frammentari di altre figure femminili: i frammenti di altre 2 statuette in miniatura, fra cui una in pietra “marna”, e in più la TESTA (sempre in pietra di marna) di una statuetta più grande, larga 3,8 cm., che presenta una specie di acconciatura spiraliforme e a sezioni come quella della VENERE DI WILLENDORF.

Altri manufatti del sito paleolitico di Avdeevo

Fra i diversi manufatti vi sono inoltre STATUETTE raffiguranti MAMMUTH, ORSI, CAVALLI…in avorio ed arenaria. Assolutamente insolito, spicca fra gli altri una sorta di BASTONE DI COMANDO, in avorio di mammuth, che termina a forma di falce e sulla cui estremità è raffigurata la testa di un gufo, con occhi affusolati in verticale e l’accenno di due piccole orecchie. Non sono riuscita a trovare ulteriori informazioni su quest’oggetto e sulle sue dimensioni; è comunque probabile si trattasse di uno strumento sciamanico dal grande significato simbolico, datato 23.000 anni.

FOTO: il cosiddetto “bastone di comando” descritto qui sopra, in avorio di mammut, raffigurante un gufo, dal sito paleolitico di Avdeevo, Russia siberiana; datazione: 23.000 anni.

FOTO: cucchiaio d’avorio di mammut, dal sito paleolitico di Avdeevo, Russia siberiana. Datazione: circa 23.000 anni.

FOTO: una testina isolata dal sito paleolitico di Avdeevo, Russia siberiana, frammento di una statuetta scomparsa. Larghezza: 3,8 cm. Pietra marna. Il motivo spiraliforme riproduce probabilmente un copricapo, forse tessuto. E’ descritta anche nel paragrafo qui sopra.

FOTO: statuetta raffigurante un mammut, in pietra arenaria. Lunghezza: circa 4 cm., dal sito paleolitico di Avdeevo, Russia siberiana. Datazione: 23.000 anni.

IL SITO PALEOLITICO KOSTENKI-BORSHEVO SULLE SPONDE DEL FIUME DON

KOSTENKI BORSHEVO non è un insediamento circoscritto, ma una grande area di 30 chilometri quadrati, in cui sono venuti alla luce reperti del Paleolitico da 40.000 a 20.000 anni fa. Si trova sulla riva occidentale del fiume DON, nei pressi degli ominimi villaggi russi KOSTENKI e BORSHEVO. I primi scavi risalgono al 1879, ad opera di IVAN S. POLYAKOV (1844–1887), ma il sito era conosciuto per i suoi sporadici ritrovamenti fin dal XVIII secolo. Gli stanziamenti paleolitici identificati sono 4: ALEXANDROVSKAJA, MARKINA GORA, TELMANSKAJA ed il più importante KOSTENKI. In questa zona sono state scoperte circa 13 VENERI, tra frammenti e figure intere, ATTREZZI DI SELCE, MANUFATTI D’OSSO, una grande quantità di OSSA DI MAMMUTH che erano servite da supporto alle abitazioni, poi ricoperte di pelli animali. In questa grande area sono emerse le strutture di almeno 20 VILLAGGI PALEOLITICI.

FOTO: lo scenario naturale sulle rive del fiume Don, nei pressi dei villaggi Kostenki e Borshevo, in Russia, dove si trova la grande area di 30 km. quadrati in cui sono venuti alla luce reperti del Paleolitico Superiore e le tracce di 20 villaggi datati da 40.000 a 20.000 anni fa.

La vegetazione che ricopriva il paesaggio 30.000 anni fa, nell’Era Glaciale, era costituita da ABETI, PIOPPI, LARICI e SALICI. Il clima, tuttavia, circa 30.000 anni fa era molto meno freddo di quel che è oggi in quelle regioni, e i nostri antenati vivevano immersi in un ambiente naturale tipico della tundra, in cui non mancava alcun tipo di selvaggina e viveri di ogni genere.  Nella zona denominata KOSTENKI XIV (Markina Gora) è stata scoperta la SEPOLTURA di un giovane UOMO datata 37.000 anni fa. Si tratta di un CACCIATORE sui 25 anni, inumato nella consueta posizione rannicchiata, e successivamente ricoperto di OCRA ROSSA, come quasi tutti i corpi rinvenuti in tombe d’epoca paleolitica. La tomba era delimitata da ossa di mammuth, e in essa è stato scoperto lo scheletro intero del CACCIATORE, il cui cranio, in buone condizioni, mostra una dentatura sana e uno smalto bianchissimo. L’UOMO venne inumato con il suo corredo di monili di CONCHIGLIE e DENTI di animale. Nella zona denominata KOSTENKI II è stata trovata una SECONDA SEPOLTURA, di un uomo di circa 50 anni, anch’esso sepolto con corredo, la cui ricostruzione rivela una faccia ampia con fronte stretta. La zona KOSTENKI I è invece interessante per le sue stratificazioni che comprendono un’epoca da 40.000 anni fa fino al Paleolitico Superiore che mostra reperti di una cultura denominata PAVLOVIANA, perchè simile nello stile ai ritrovamenti dello stesso periodo effettuati nell’area di PAVLOV, in MORAVIA (Rep.Ceca).

FOTO: ricostruzione dei due teschi delle sepolture sopra descritte dal sito paleolitico di Kostenki, Russia, valle del Don. Le rispettive sepolture risalgono a circa 37.000 anni fa.

La cenere del vulcano campano sui reperti di Kostenki

Alcuni reperti del sito paleolitico di KOSTENKI sono stati ricoperti dalla cenere scaturita da un’eruzione del vulcano ARCHIFLEGREO, della caldera dei CAMPI FLEGREI, a ovest del Vesuvio; questa eruzione è avvenuta 45.000 anni fa ed è considerata una delle più grandi della storia. La sua presenza attesta la frequentazione umana di questo sito a prima di 45.000 anni fa.

La tomba del cacciatore di Kostenki svela il più antico DNA europeo

Nel 1954, in uno degli stanziamenti di KOSTENKI, MARKINA GORA, fu scoperta la famosa TOMBA DEL CACCIATORE, accennata nel paragrafo precedente: un giovane uomo sui 20 o 25 anni, alto 1 metro e 60 cm.; lo scheletro era in perfette condizioni e datato 37.000 anni. La sepoltura era di forma ovale e il ragazzo vi fu riposto in posizione fetale: caratteristica comune dei corpi inumati nelle tombe paleolitiche, così come l’OCRA ROSSA con cui il defunto venne ricoperto. Il suo cranio, in perfette condizioni, presenta una mandibola forte, il profilo abbastanza equilibrato, non molto prognato. I denti sono sanissimi, lo smalto perfettamente bianco; il cranio dolicocefalo. Il primo ad esaminare lo scheletro fu l’archeologo e antropologo sovietico MICHAIL GERASIMOV (1907-1970) nei primi del ‘900, ed il busto da lui modellato sulla base delle misure antropometriche del cranio, ritrae un individuo dalle fattezze ibride: ne emergono sembianze che potrebbero essere riferibili a gruppi razziali della regione austro-melanesiana. Nell’autunno del 2015, il Dipartimento di antropologia del Museo di antropologia e etnografia di Pietro il Grande, in collaborazione con il Laboratorio di Genetica dell’Università di Copenhagen, sotto la guida del genetista danese ESKE WILLERSLEV, si è riusciti ad estrarre l’antichissimo DNA ed analizzarne i dati. Il genoma dell’uomo di KOSTENKI indica un considerevole grado di somiglianza con quello della popolazione mesolitica del Nord Europa, ed è risultato appartenere all’aplogruppo U2 del DNA mitocondriale. Questo contraddice inevitabilmente la precedente ipotesi secondo la quale l’UOMO DI KOSTENKI sarebbe appartenuto al gruppo genetico della regione australo-melanesiana. L’aplogruppo è costituito da gruppi di varianti alleliche lungo un segmento cromosomico, che vengono ereditate assieme per via matrilineare.

FOTO: lo scheletro del giovane cacciatore di Kostenki vissuto 37.000 anni fa, riposto nella tradizionale posizione fetale. Dal sito paleolitico di Kostenki, Russia, valle del fiume Don.

FOTO: ricostruzione forense del volto del giovane cacciatore di Kostenki ad opera dell’antropologo sovietico Michail Gerasimov. Questa ricostruzione risale ai primi del ‘900 ed è basata sulle misure antropometriche del cranio che svelano caratteristiche ibride. Datazione:  37.000 anni.

FOTO: prospettive del cranio del giovane cacciatore vissuto 37.000 anni fa, dalla sepoltura di Kostenki, Russia, valle del Don.

FOTO: questa è una nuova ricostruzione del volto dell’uomo di Kostenki riprodotto nelle foto precedenti, esposta al Museo di Kostenki, e segue l’indirizzo delle nuove rivelazioni scaturite dalle analisi del DNA che lo collegano al gruppo genetico delle popolazioni mesolitiche del nord Europa.

Le 13 statuette femminili, o”Veneri”, di Kostenki

ATTENZIONE: la numerazione delle statuette è opera mia per agevolare la consultazione delle foto in questo post e non corrisponde a nessun catalogo ufficiale)

La STATUETTA N.1 di KOSTENKI: è il frammento di un manufatto di pietra calcarea di dimensioni insolite per quel che riguarda le Veneri paleolitiche, perchè solo la pancia e una piccola porzione delle gambe (tutto ciò che ne è rimasto) misura 13,5 cm. Le forme sono di ottima fattura, perfettamente levigate ed estremamente naturalistiche: ritraggono un corpo femminile, dalla pancia rigonfia, presumibilmente gravida, l’ombelico sporgente, la zona pubica è modellata con grande finezza. La parte posteriore raggiunge un realismo e una raffinatezza tale da sembrare una scultura ellenistica, opera che sicuramente è nata dalle mani di un artista geniale. Le mani piccolissime sono appoggiate sull’addome e sembrano legate fra loro dalla consueta decorazione a nastro percorso da linee verticali. Datazione: 25.000 anni.

STATUETTA N.1 – lato anteriore – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

STATUETTA N.1 – lato posteriore – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.2 di KOSTENKI: la figura femminile è lavorata in avorio di mammuth; alta 11,4 cm., i suoi piedi sono posizionati in modo da formare un foro per essere usata come ciondolo. E’ pressochè integra, tranne un seno scheggiato. Sul capo reca quella che l’artista cecoslovacco LIBOR BALAK interpreta come una cuffia, e rappresenta un clichè tradizionale dell’arte paleolitica, ne è un esempio la VENERE DI WILLENDORF. Come per quest’ultima, il viso della presente statuetta di KOSTENKI è assente, interamente coperto dall’ornamento sul suo capo che assume il consueto aspetto insettiforme, con collo lungo e spalle piatte rispetto alla parte centrale del corpo dalle forme abbondanti. Datazione: 25.000 anni.

STATUETTA N.2 – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.3 di KOSTENKI, in avorio di mammuth, questa figura femminile è priva della testa e le gambe sono spezzate sotto le ginocchia. Nonostante le sue piccole dimensioni di appena 9 cm. è lavorata con estrema raffinatezza e minuzia di particolari, nonchè grande naturalismo: le sue forme sono morbide ed armoniose, opera di un grande artista. Sopra i seni reca la tipica decorazione nastriforme, percorsa da tacche oblique, che segue sul lato opposto della schiena. Datazione: 25.000 anni.

STATUETTA N.3 – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.4 di KOSTENKI, alta circa 9 cm., anch’essa in avorio di mammuth, superbamente lavorata, priva di testa e della parte inferiore delle gambe. Datazione: 25.000 anni.

STATUETTA N.4 – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.5 di KOSTENKI, in avorio di mammuth, è alta 16 cm. Ammaccata e con una profonda crepa sul lato posteriore, il lato anteriore è in buone condizioni, con forme rotondeggianti e molto naturalistiche, seni enormi, fianchi larghi, ventre prominente ed il tradizionale nastro decorativo sopra il petto che scorre fino alla schiena. Datazione: 25.000 anni.

STATUETTA N.5 – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra

La STATUETTA N.6 di KOSTENKI, in avorio di mammuth, la figura femminile è davvero malconcia, ed è un gran peccato perchè unica nel suo genere: tutto il suo corpo era adorno di monili e tracce di vestiario, purtroppo visibili solo frammentariamente. L’immagine era stata interamente dipinta con pigmento nero, e appena uscita dalle mani dell’artista deve aver avuto un aspetto spettacolare ed estremamente raffinato. E’ priva di testa e della parte inferiore delle gambe e ciò che ne rimane misura circa 20 cm. Datazione: 25.000 anni.

STATUETTA N.6 – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.7 di KOSTENKI, in pietra calcarea, presenta un aspetto ricorrente nell’arte paleolitica, che può essere ricondotto ad un ibrido donna-orso o comunque a una figura teriantropica. Dato che non vi è materiale disponibile per modellare i seni, questo potrebbe escludere l’ipotesi di un’opera incompiuta. Datazione: 25.000 anni.

STATUETTA N.7 – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.8 di KOSTENKI in avorio di mammut presenta anch’essa un aspetto incompiuto, come la precedente, ma fra le ipotesi si potrebbe aggiungere quella di un pezzo di prova, successivamente scartato dall’artista. Datazione: 25.000 anni.

STATUETTA N.8 – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.9 di KOSTENKI, in avorio di mammuth, alta 14 cm., ha una forma davvero singolare: fianchi e ventre sono gonfi e di una rotondità estrema, i seni non sono pieni come quelli delle precedenti figure, le braccia sono minuscole ed appoggiate sul ventre. La testa sembra portare una pettinatura a caschetto, con linee verticali, sotto la quale sembra di intravvedere i tratti incerti di un viso, o forse si tratta di semplici ammaccature. Datazione: 25.000 anni.

STATUETTA N.9 – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.10 di KOSTENKI, sulle cui dimensioni non mi sono potuta informare, ma alta presumibilmente come le altre precedenti dello stesso genere, è ricavata da una zanna di mammuth; la testa è nel tradizionale stile insettiforme, i seni sono abbondanti e lo stesso vale per fianchi e ventre, anche se non esagerati. Le gambe sono intere, corte, ginocchia unite e piedi separati. Datazione: 25.000 anni.

STATUETTA N.10 – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.11 di KOSTENKI è scolpita in pietra marna; il corpo femminile è parziale, privo di testa e gambe, è alto 6 cm. ed è stato trovato in una stratificazione del terreno corrispondente a circa 23.000 anni fa.

STATUETTA N.11 – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.12 di KOSTENKI, simile a quella precedente, è stata scolpita in pietra marna; misura circa 6 cm, ed è datata anch’essa circa 23.000 anni. E’ priva di gambe e testa, che si presume siano state deliberatamente spezzate, forse nell’ambito di un misterioso rituale.

STATUETTA N.12 – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

La STATUETTA N.13 è senz’altro una delle opere più pregevoli, non solo nella zona di KOSTENKI, ma per quel che riguarda tutta l’arte mobiliare paleolitica. E’ alta 10,2 cm. e realizzata in pietra marna. Si presenta pressochè integra nelle sue sembianze estremamente naturalistiche, modellate con estrema perizia nella morbidezza delle forme, abbondanti ma, allo stesso tempo, assai armoniose; si può dire che la forma dei fianchi alti ricorda vagamente la statuaria greca. Il lato posteriore è assolutamente realistico: il nastro a linee verticali che adorna il petto scorre dietro la schiena ed è sorretto da un paio di spalline rese con lo stesso stile. La testa è “alla Willendorf”, con quello che sembra un tradizionale copricapo illustrato anche dalle ricostruzioni dell’artista cecoslovacco LIBOR BALAK; come al solito, il volto rimane occultato e misterioso. La datazione è di 23.000 anni.

STATUETTA N. 13 – da Kostenki – vedi didascalia qui sopra.

Grande testa di Venere da Kostenki, denominata “palla da golf”

Una testa in pietra calcarea, larga 9,5 cm., raffigurante un motivo a spirale, è emersa dagli scavi archeologici di KOSTENKI assieme a molti altri piccoli frammenti della statua intera, che non si è potuta ricomporre. Si tratta del più grande particolare di statua paleolitica finora conosciuto, e la figura intera doveva essere di notevoli dimensioni, tanto da far pensare che non appartenesse all’ambito dell’arte mobiliare, ma fosse invece un oggetto di grande valore destinato ad essere riposto in qualche area cultuale, o comunque un luogo fisso. Il motivo spiraliforme percorso da linee verticali suggerisce l’ipotesi della cuffia tessuta, come illustrato da LIBOR BALAK per la VENERE DI WILLENDORF, piuttosto che un tipo di acconciatura. Infatti il motivo spiraliforme è lo stesso istoriato sulla testa della VENERE DI WILLENDORF. Datazione: intorno ai 23.000 anni.

FOTO: testa in pietra calcarea, facente parte di una scultura di grandi dimensioni perduta, dal sito paleolitico di Kostenki, descritta nel paragrafo qui sopra. Datata 23.000 anni.

La figura maschile del sito paleolitico di Kostenki

Una statuetta in avorio di mammuth, simile all’etrusca “ombra della sera”, affusolata e priva di particolari identificativi. Non ho trovato fonti riguardo le dimensioni del soggetto. La testa è resa con una semplice protuberanza, le braccia sono stese lungo i fianchi. Datazione: 23.000 anni.

FOTO: figurina maschile in avorio di mammut, dal sito paleolitico di Kostenki, Russia, datata 23.000 anni.

Altri manufatti da Kostenki

Oltre alle affascinanti Veneri, dalle stratificazioni del sito paleolitico di KOSTENKI sono emerse anche diverse TESTINE di ANIMALI in AVORIO, piccole SCULTURE in calcare raffiguranti animali come mammuth, orsi, ecc…oltre a SPATOLE D’AVORIO, DIADEMI, e uno splendido BRACCIALE d’avorio di mammuth.

FOTO: bracciale d’avorio di mammuth dal sito paleolitico di Kostenki. Datazione: 25.000 anni.

FOTO:  testa di leone delle caverne, dal sito paleolitico di Kostenki (Russia). Alto 1,5 cm. Materiale: calcare gessoso. Età: 25.000 anni. L’artista è riuscito a modellare con grande realismo e vivacità questo manufatto (di cui manca il resto della figura) in dimensioni ridottissime.

FOTO: testina di orso in avorio di mammut, dal sito paleolitico di Kostenki, Russia. Non ho potuto informarmi circa le dimensioni precise di quest’opera, che si presume siano minuscole, più o meno come quelle della testa di leone nella precedente foto. Datazione: circa 25.000 anni.

Kostenki: le aree abitative del sito paleolitico

Nell’area archeologica del Paleolitico Superiore KOSTENKI BORSHEVO sono emerse generalmente due tipologie di abitazione, datate 23.000 anni: rotonde e dal diametro di 5 o 6 metri, e grandi strutture allungate di circa 35 x 15 metri, delle quali lo storico e archeologo sovietico PYOTR PETROVICH EFIMENKO (1884 – 1969) descrisse la planimetria, dal perimetro rettangolare con angoli arrotondati.

Nel 1936, nell’area denominata KOSTENKI I, sono stati scoperti i resti di una grande abitazione ovale che misurava 15 x 36 metri, all’interno della quale sono venuti alla luce numerosi attrezzi e manufatti.  All’interno di questo enorme capanno sono presenti nove “pozzi”, o affossamenti, accanto all’area del focolare, e sedici simili nel perimetro della struttura. Altre piccole fosse furono scavate sul pavimento, evidentemente anch’esse con la funzione di deposito.

FOTO: ricostruzione nel parco archeologico delle abitazioni sorrette da grosse ossa e zanne di mammut dell’accampamento paleolitico di Kostenki, Russia, valle del fiume Don.

Nella zona detta KOSTENKI IV (scoperta nel 1937 dall’archeologo sovietico ALEKSANDR ROGATCHEV (1912-1984) sono stati trovati due avvallamenti, di 6 metri di diametro, che facevano parte di due abitazioni presumibilmente più grandi; in una di queste abitazioni sono stati identificati 8 pozzi sul pavimento, dov’era accumulata la cenere; altri servivano da depositi. Il perimetro delle abitazioni era ricoperto con lastre d’arenaria per isolare il pavimento dall’umidità del terreno. In una zona più a valle dell’area KOSTENKI IV è stata scoperta una grande abitazione di 33 metri di lunghezza e larga 5 metri; sul alto sud ne venne trovata un’altra di 17 x 5 metri, posizionata su un pendio per evitare infiltrazioni di umidità e far defluire l’acqua piovana. La prima struttura è divisa in tre sezioni, i camini si trovano lungo l’asse centrale della struttura, che dev’essere stata coperta da un tetto a spiovente. L’ancoraggio del tetto e delle pareti era costituito da pali di legno infilati in profondità nel terreno, e legati saldamente alle travature. In queste abitazioni si mangiava, si dormiva e si eseguivano lavori artigianali di vario tipo. La seconda abitazione era anch’essa divisa in tre sezioni, con 9 camini, 3 pozzi per cucinare, e altre 25 più piccole fossette nel terreno. ALEKSANDR ROGATCHEV (1912-1984) ipotizzò che le strutture più grandi fossero utilizzate per curare i malati, ma non ci sono prove di questo. Probabilmente, invece, esse erano dei grandi laboratori dove gli abitanti si riunivano per creare opere artistiche, strumenti e condividere le proprie esperienze.

FOTO: esempio di come vennero interrate le abitazioni del villaggio paleolitico di Kostenki, le cui tracce risalgono a circa 25.000 anni fa. Questo particolare sistema era adottato allo scopo di fornire maggiore riparo dal freddo intenso di quell’epoca.

IL SITO PALEOLITICO DI SUNGIR IN RUSSIA

Generalità:

L’insediamento paleolitico di SUNGIR, datato 34.000 anni, è situato vicino alle sponde del fiume KLYAZMA, a circa 200 Km. a nord-est di MOSCA, nei pressi della città di VLADIMIR. E’ uno dei siti archeologici più ricchi di informazioni e testimonianze sui nostri antenati e sulla cultura ancestrale al mondo. Dal 1957 al 1964 sono stati esplorati 1500 km. quadrati di terreno. Gli studiosi ritengono che il sito fosse stagionalmente frequentato per un periodo di almeno 3000 anni. Il ricco giacimento di MANUFATTI ARTISTICI, SEPOLTURE umane, STRUMENTI, ABITAZIONI e molto altro venne scoperto nel 1955, casualmente, durante lavori di scavo per altri scopi. Al dissotterramento dell’area archeologica e all’idagine del sito partecipò un team internazionale di studiosi, fra cui l’Accademia delle Scienze russa, l’Università di Groningen (Olanda), l’Università di Oxford (Inghilterra) e l’Università dell’Arizona (Stati Uniti). Si tratta di un COMPLESSO ABITATIVO stagionale, e ciò si evince dai resti delle capanne innalzate in modo superficiale; la sua datazione a 34.000 anni fa lo colloca nel periodo Interpleniglaciale Wurmiano, durante il quale, da 40.000 a 30.000 anni fa, le condizioni climatiche divennero meno rigide in tutta la regione eurasiatica, per cui si verificò una temporanea riduzione del Permafrost (o terreno congelato) della durata di 10 millenni, con conseguente aumento della vegetazione, delle foreste, delle varietà di animali e delle precipitazioni piovose: un lungo periodo edenico. Le TOMBE scoperte nel sito di SUNGIR sono tre (3), oltre a un cranio scoperto isolatamente, ricoperto anch’esso d’ocra.

FOTO: Sito paleolitico di Sungir risalente a 34.000 anni fa, mappa. Si trova nei pressi della città di Vladimir, nella regione di Mosca.

Le 3 tombe paleolitiche di SUNGIR risalgono a 34.000 anni fa. In totale sarebbero almeno 10 o più gli individui, fra uomini e donne, sepolti in questo sito, ma soltanto 3 sono gli scheletri in condizioni abbastanza identificabili, più un teschio isolato.

La I tomba (tomba dll’uomo di Sungir)

Nella I tomba di SUNGIR, scoperta nel 1964, è stato inumato un uomo adulto di circa 40 anni, alto 180 cm., robusto e dalle ossa marcate da muscoli potentissimi, ricoperto da migliaia di PERLINE lavorate in avorio, COLLANE di denti di volpe, BRACCIALI, una lamina di SCISTO traforata e altri oggetti di avorio e osso; le PERLINE d’avorio traforate erano applicate su abiti sontuosi di pelle, ma forse anche tessuti dato il ritrovamento in molti siti europei di quelle che sembrano rondelle usate come pesi per la tessitura anche in epoca neolitica. Esperimenti pratici hanno confermato che la creazione di una singola perlina avrebbe richiesto più di un’ora, e dunque più di 3000 ore di lavoro sono state impiegate per la fabbricazione del corredo dell’UOMO DI SUNGIR, e 5000 per il corredo più ricco dei FANCIULLI della II tomba. Gli avambracci dell’UOMO erano stretti da 25 BRACCIALI in avorio, ottenuti dal taglio longitudinale di alcune zanne di mammuth, in modo che potessero assumere una piegatura circolare, alcune recano tracce di vernice nera, una di esse era posta al collo e tutte erano state forate alle estremità; su alcuni punti si notano ancora le pennellate della pittura. Sulla testa reca uno spesso coronamento di perle d’avorio che dovevano essere applicate su un copricapo di pelle, come illustrato da LIBOR BALAK (artista e ricercatore cecoslovacco). Sul petto è stato trovato un CIONDOLO a forma di CAVALLO STILIZZATO, sempre in avorio di mammuth.

FOTO: sepoltura dell’uomo di Sungir, risalente a 34.000 anni fa, descritta nel paragrafo qui sopra. Si può notare i resti del ricco corredo con cui fu inumato. Il corpo è, in questo caso, disteso e non nella consueta posizione fetale tipica del Paleolitico Superiore, tradizione che si è protratta fino al Neolitico.

FOTO: prospettive dell’uomo di Sungir (Mosca, Russia), vissuto 34.000 anni fa, descritto nel paragrafo qui sopra.

FOTO: ricostruzione dell’uomo di Sungir sopra descritto, opera dell’artista cecoslovacco Libor Balak, e di come le migliaia di perline trovate nella sua tomba dovevano essere cucite sugli abiti.

FOTO: il cavallo stilizzato scoperto nella tomba dell’uomo di Sungir, lungo 15 cm. circa, in avorio di mammut. Datazione: 34.000 anni.

FOTO: rondelle d’avorio di mammut, dalla tomba dell’uomo di Sungir. Venivano probabilmente montate su lance di legno e nei fori vi erano forse inseriti ornamenti di piume. Datazione: 34.000 anni.

FOTO: un’altra ricostruzione del vestiario dell’uomo di Sungir, descritto nel paragrafo qui sopra. Datazione: 34.000 anni.

La II tomba (Tomba dei Fanciulli di Sungir)

Nella II tomba di SUNGIR sono stati sepolti due FANCIULLI, dall’età compresa fra i 13 e 10 anni, orientati in maniera opposta e con le teste ravvicinate. Dobbiamo ricordare riguardo a ciò un manufatto scoperto nel sito paleoltico di GAGARINO, che ritrae due figure in direzioni opposte e unite dalla testa proprio come i suddetti FANCIULLI. I bambini, dall’analisi della struttura scheletrica, sembrano essere stati affetti da grave disabilità fisica, tanto da essere costretti a non potersi muovere dal loro giaciglio. La loro sepoltura è senz’altro la più sfarzosa rispetto alle altre: migliaia di PERLE d’avorio applicate sugli abiti polverizzati dal tempo, BRACCIALI, ANELLI sempre in avorio di mammuth, collane di DENTI DI VOLPE, ASTE decorate e punte di LANCIA erano poste al loro fianco. I corpi sono stati tradizionalmente cosparsi di OCRA ROSSA. I ricercatori hanno affermato:

“In effetti, nel Paleolitico medio-alto, gli individui con marcate anomalie dello sviluppo o degenerative sono relativamente comuni nei documenti di sepoltura, rappresentando un terzo degli individui sufficientemente ben conservati”.

Eppure non era cosa comune ricevere un’inumazione tanto sfarzosa durante il Paleolitico. Sono state scoperte diverse tombe paleolitiche con persone affette da disabilità o malattie degenerative, le quali hanno sempre ricevuto sepolture grandiose. Il prof.LAWRENCE GUY STRAUS del Dipartimento di Antropologia del New Mexico, afferma a Live Science:

“La scoperta mostra che non è stato necessario essere un grande cacciatore maschio adulto per ottenere una sepoltura eccezionale durante il Paleolitico medio-alto. In questo caso, gli adolescenti – persone con disabilità o patologie che avrebbero limitato il loro pieno funzionamento – stanno ricevendo un trattamento straordinario”.

Il fatto che questo fenomeno ci sorprenda, deriva dalla mentalità utilitaristica da cui siamo pervasi da ormai troppo tempo, il cui parossismo si è verificato proprio in questi ultimi secoli, ma nella visione del mondo primordiale (possiamo portare ad esempio gli attuali strascichi di culture ancestrali presenti in tutto il mondo) nascere con qualche forma di disabilità fisica, o comunque con caratteristiche insolite, è da sempre considerato un richiamo alla vocazione sciamanica. Nella visione unitaria dell’universo della cultura primordiale non sussiste il concetto di “disgrazia”, ma di “lezione”, e non esiste rifiuto verso qualche manifestazione fuori dalla norma dell’esistenza, ma tutto viene recepito come un messaggio, un “segno” in qualche modo utile a raggiungere uno scopo prestabilito del destino universale, che lo Sciamano deve comprendere nella consapevolezza che tutto accade per una ragione, anche se imperscrutabile. Avendo perso questa visione unitaria del cosmo, ed il contatto stesso con la realtà, noi ci chiediamo come mai forti cacciatori, “utili” alla comunità, venissero sepolti in modo decisamente meno sfarzoso rispetto ad individui deboli e malati, seguendo la logica opportunistica degli uomini piccoli che la nostra civiltà non ancora realizzata ha prodotto. Una “via sciamanica” potrebbe essere descritta, ad esempio, nel racconto biblico di GIOBBE e delle disavventure ch’egli dovette comprendere ed accettare per mettere alla prova la propria fede. Per fare un esempio a noi contemporaneo possiamo citare lo sciamano siberiano VALENTIN KHAGDAEV, nato con sei dita e perciò considerato fin da bambino come un prescelto; oppure le ITAKO, donne cieche che in GIAPPONE sono considerate veggenti e medium sul filo di una tradizione sciamanica d’origine preistorica: in sostanza, ogni menomazione fisica, se giustamente iterpretata, viene compensata con doti psichiche particolari. Ad esempio: nella società moderna l’epilessia è considerata un serio problema, presso i NATIVI AMERICANI essa è interpretata come una chiamata sciamanica e un mezzo per raggiungere la visione: non è un problema, ma un’opportunità. Peraltro anche la zoppia, la gobba e a sordità sono tradizionalmente considerate chiamate sciamaniche. In più: presso le popolazioni indigene del SUD EST ASIATICO l’impotenza e la sterilità sono considerate richiami alla vocazione: l’energia di ciò che la Natura nega, può essere impiegata e sviluppata sotto altre forme mediante nuove potenzialità; se l’individuo si rifiuta di riconoscere e scoprire queste potenzialità, la sua condizione assume il valore di una patologia. Tutto il cosmo, dunque, risulta essere in perfetto equilibrio.

Assolutamente forzosa ed ideologica (forse nemmeno da prendere in considerazione) appare anche l’interpretazione di alcuni studiosi, che vorrebbero gli individui sepolti in tombe più sfarzose come appartenenti a “presunti” ceti sociali superiori, ignorando il fatto che una società complessa di prim’ordine dev’essere fondata sul merito individuale, come più volte ribadito, non su privilegi ereditari  (che appartengono, piuttosto, ad un livello intermedio e barbaro di civiltà). La sepoltura dei FANCIULLI si trovava a 3 metri di distanza da quella dell’UOMO e della DONNA sovrapposte. Fra gli spazi che separavano queste tre, sono stati scoperti un femore e pochi frammenti di un altra persona denominati Sungir7 e Sungir8.

FOTO: la tomba dei fanciulli di Sungir, sepolti uniti dalla testa con un corredo sfarzoso di monili e oggetti ornamentali, descritta nel paragrafo qui sopra. Datazione: 34.000 anni.

FOTO: ricostruzione di una piccola scultura proveniente dal sito paleolitico di Gagarino, descritto nel prossimo capitolo, in avorio di mammut, lunga 14 cm., che raffigura due corpi stilizzati (presumibilmente un uomo e una donna) uniti per il capo, allo stesso modo in cui sono stati inumati i due bammbini della tomba di Sungir descritta qui sopra. Datazione: circa 23.000 anni. Questa modalità doveva avere un importante significato simbolico, sciamanico ed archetipico.

FOTO: ricostruzione forense del volto del bambino di circa 10 anni della doppia sepoltura di Sungir, datata 34.000 anni. Russia, regione di Mosca.

La III tomba (Tomba della donna di Sungir)

Nella III tomba è sepolta una DONNA, anch’essa rivestita di qualche ornamento, scoperta nel 1970. La sepoltura della DONNA si trovava sopra quella dell’UOMO precedentemente descritta, e questa scelta doveva essere collegata a qualche forma rituale. Lo scheletro femminile venne trovato in condizioni di sfacelo, e solo il cranio ha permesso una ricostruzione delle sue fattezze fisiognomiche , dalla mandibola sporgente e l’ossatura relativamente gracile.

FOTO: ricostruzione forense del volto della donna di Sungir descritta qui sopra, in base alle fattezze del cranio. Datazionedella tomba: 34.000 anni.

IL SITO PALEOLITICO DI GAGARINO

Il sito archeologico di GAGARINO è situato nella VALLE DEL DON, in RUSSIA, a nord del sito precedentemente descritto di KOSTENKI, nella provincia di VORONEZ. Vi sono state scoperti casualmente i resti  di due abitazioni risalenti a 23.000 anni fa, durante lo scavo di due silos da parte dei contadini locali, avvenuto dal 1926 al 1929. Purtroppo le testimonianze paleolitiche relative all’insediamento sono state in parte incidentalmente distrutte dai lavori eseguiti. Le abitazioni scoperte sono grandi 5 x 4 metri di larghezza e il loro perimetro è ricoperto di lastre di calcare; il pavimento è infossato rispetto al terreno esterno di 40 cm. circa. e la volta era a quei tempi sostenuta da grosse zanne di mammuth. In una delle fosse dell’abitazione sono stati accumulati almeno 600 attrezzi di selce, manufatti d’osso e le famose figurine di VENERI di cui ci occuperemo ora.

Le Veneri del sito paleolitico di Gagarino

Nell’insediamento paleolitico accanto al villaggio russo di Gagarino, datato 23.000 anni, sono venute alla luce almeno 5 FIGURE UMANE in avorio di mammuth, tra cui 4 VENERI e un manufatto raffigurante due FIGURE DISTESE UNITE DALLA TESTA in direzioni opposte, presumibilmente un uomo e una donna ed è altresì probabile che l’immagine riproduca il rituale simbolico della TOMBA DEI FANCIULLI di SUNGIR, di cui abbiamo trattato nel capitolo precedente.

FOTO: la doppia figura che riproduce un uomo e una donna uniti dalla testa, lunga 14 cm., in avorio di mammut, datata circa 23.000 anni, dal sito paleolitico di Gagarino, Russia, valle del Don. Come spiegato più sopra, il manufatto riproduce probabilmente un’iconografia tradizionale connessa ad un importante significato simbolico.

ATTENZIONE: la numerazione delle statuette è opera mia per agevolare la consultazione delle foto in questo post e non corrisponde a nessun catalogo ufficiale)

La VENERE N.1 di GAGARINO è una minuscola figura, di appena 5,8 cm., modellata con incredibile raffinatezza date le dimensioni, in avorio di mammuth. Sulla testa reca lo stesso copricapo tradizionale del Paleolitico Superiore, il volto è, come sempre,  inesistente, la testa del tipo detto “insettiforme”, la parte centrale del corpo “a ciambella” è abbondante e dalle forme piene e rotondeggianti. Datazione: 23.000 anni.

VENERE N.1: da Gagarino, descritta qui sopra.

La VENERE N.2 di GAGARINO ha una figura allungata, priva di braccia, dalla testa insettiforme, le forme abbondanti ma allungate, lunghe gambe prive di piedi. E’ alta 7,1 cm., in avorio di mammuth. Datazione: 23.000 anni.

VENERE N.2, longilinea, da Gagarino, descritta qui sopra.

La VENERE N.3 di GAGARINO è senz’altro la più singolare ed impressionante: è alta 12,7 cm. ed il suo aspetto è piuttosto inquietante, con le sue spalle contratte, la testa insettiforme protesa in avanti, le gambe unite a livello delle cosce e separate alle estremità, suggerisce una posa quasi “robotica” e sgraziata rispetto alle altre di dimensioni più piccole. In questo caso i piedi sono integri. Sotto il petto e sotto la pancia reca tracce di vestiario; la grossa testa vista di profilo sembra indossare una pesante maschera. Datazione: 23.000 anni.

VENERE N.3, da Gagarino, descritta qui sopra.

La VENERE N.4 di GAGARINO è detta “Venere in preghiera” perchè sembra portare le mani insolitamente giunte. Le braccia sono appoggiate sul petto, le forme abbondanti, sulla testa reca un copricapo o una pettinatura a caschetto. Non sono riuscita ad avere informazioni nè sul materiale (presumibilmente avorio di mammuth) nè sulle dimensioni della statuetta. Datazione: 23.000 anni.

VENERE N.4, da Gagarino, descritta qui sopra.

La DOPPIA FIGURA DI GAGARINO è un manufatto d’avorio di mammuth, lungo 14,8 cm., che rappresenta presumibilmente un archetipo mitico, ed è costituito da due corpi (forse un uomo e una donna) uniti dalla testa e posizionati in direzioni opposte. Non è l’unica immagine di questo archetipo risalente all’epoca paleolitica, poichè dev’essere associata alla sepoltura dei FANCIULLI di SUNGIR, che vennero posizionati nello stesso modo, con le teste unite dall’alto e i corpi in direzioni opposte.

FOTO: prospettive della doppia statuetta di Gagarino, descritta qui sopra. Datazione: 23.000 anni circa.

IL SITO PALEOLITICO DI PREDMOSTI NELLA REPUBBLICA CECA

PREDMOSTI è un importantissimo insediamento paleolitico, datato fino a 30.000 anni fa, situato in MORAVIA, nei pressi dell’altrettanto importante stanziamento di BRNO (REPUBBLICA CECA), i cui scavi sono iniziati nel 1884 e si sono protratti fino al 1930. Il sito è diviso in tre zone, ubicate nei pressi di formazioni rocciose calcaree. Purtroppo i preziosi reperti sono stati distrutti o gravemente danneggiati da un incendio durante la II Guerra mondiale, mentre erano custoditi nel castello di MIKULOV. Fu il paleontologo boemo JINDRICH WANKEL (1821-1897) ad occuparsene per primo. Nel corso dei lavori, esattamente nel 1894, venne effettuata una scoperta sensazionale: una serie di TOMBE in cui erano stati inumati 20 individui, ad opera dell’archeologo dilettante K.J. MASKA (non ho trovato ulteriori informazioni su questo ricercatore, di cui ovunque sono riportate solo le iniziali). Nella tomba sono stati trovati sia bambini che persone adulte e anziani. Oltre a questi si aggiungono circa mille resti di altrettanti mammuth e manufatti raffiguranti anche figure umane. Dai numerosi reperti ossei si è scoperto che esistevano già cani addomesticati, che probabilmente servivano d’aiuto nel trasporto o semplicemente da compagnia. Successive indagini sulle scoperte furono proseguite dall’archeologo cecoslovacco KAREL ABSOLON (1877-1960). I ritrovamenti infine vengono conservati al Museo di Brno, che attualmente possiede 20.000 zanne di mammuth. Il particolare più interessante riguardante i mammuth consite nel modo in cui le ossa vennero rtrovate, divise in posti differenti secondo la loro forma: un luogo per le ossa del bacino, uno per le scapole, e via dicendo.

FOTO: statuette in avorio di mammut dal sito paleolitico di Predmosti, Moravia, Repubblica Ceca. Non ho potuto trovare informazioni relative alle dimensioni di questi manufatti, che devono essere comunque ridotte. Datazione: circa 30.000 anni.

Le caratteristiche fisiche degli scheletri paleolitici di Predmosti

La scoperta dell’ultimo scheletro di PREDMOSTI risale al 2006. Le caratteristiche fisiognomiche di questa popolazione, dalle analisi antropometriche dei crani e della struttura ossea, viene considerata una via di mezzo fra NEANDERTHAL e CRO-MAGNON: i crani presentano fronte sfuggente e arcata sopraccigliare leggermente crestata, volto prognato, ossatura forte e dolicocefalia; i reperti dimostrano notevole differenza morfologica fra uomini e donne. Tuttavia, l’aspetto fisico di tutti questi individui non si limita ad un unica tipologia, ma da individuo a individuo si presentano diverse caratteristiche non rigorosamente classificabili. 15 scheletri sono stati trovati integri, 5 tombe, invece, contenevano soltanto qualche frammento osseo e mostrano tracce di manomissione successiva.

FOTO: una vecchia foto dei teschi dell’accampamento paleolitico di Predmosti (Moravia, Repubblica Ceca), descritti qui sopra, andati distrutti in un incendio presso il castello di Mikulov durante la II Guerra Mondiale. Datazione: intorno ai 30.000 anni.

L’incisione su zanna d’avorio di Predmosti

Il manufatto più importante scoperto nel sito paleolitico di PREDMOSTI è probabilmente l’incisione su zanna di mammuth che raffigura una DONNA CON MASCHERA RITUALE, o una SCIAMANA, alta 15,5 cm., datata al radiocarbonio 28.000 anni. Ma vi è una seconda raffigurazione di questo identico soggetto, scoperta sempre nel sito di PREDMOSTI, della stessa misura e inciso su un ciottolo di calcare. Se ne deduce che rappresenti una determinata entità, un’icona tradizionale, anche se fino ad oggi rimane l’unico soggetto di questo genere catalogato.

FOTO: incisione su zanna di mammut, dal sito paleolitico di Predmosti (Moravia, Repubblica Ceca), che raffigura una donna che indossa una maschera rituale, alta 15,5 cm., datata 28.000 anni, descritta nel paragrafo qui sopra.

LA TOMBA DELLO SCIAMANO DI BRNO

BRNO è una città cecoslovacca situata nella regione MORAVIA, alla confluenza dei fiumi SVRATKA e SVITAVA. Nei pressi di questa città, nello scenario della valle fluviale, venne scoperta casualmente, nel 1891, la SEPOLTURA di un uomo (poi denominato l’UOMO DI BRNO) risalente a circa 25.000 anni fa, presa successivamente in esame dal paleontologo ed antropologo ALEKSANDER MAKOVSKY (1833-1908), rettore dell’Università Tedesca di Brno. La tomba è stata classificata come appartenente all’area della cultura cosiddetta PAVOLVIANA, dal sito archeologico di PAVLOV, sempre in MORAVIA, presso il quale sono stati effettuati importanti ritrovamenti di quell’epoca. Lo scheletro è stato tradizionalmente ricoperto di ocra rossa, una pratica rituale e simbolica presente in tutte le sepolture paleolitiche europee.  L’uomo è stato sepolto con un ricco corredo di monili in osso, un disco di pietra, centinaia di conchiglie di varie specie, dischi d’avorio di mammuth.

La statuetta snodabile dello Sciamano di Brno

Ma il ritrovamento più importante consiste nell’eccezionale STATUETTA SNODABILE raffigurante una figura umana maschile non-teriantropica assolutamente rara nell’iconografia paleolitica. La statuetta è modellata in avorio di mammuth, ed è alta 20 cm. Il suo significato simbolico e rituale dev’essere stato molto importante, verosimilmente potrebbe essere stata la rappresentazione del “doppio”, o dell’anima del defunto, ed essere antesignano delle raffigurazioni del KA egizio.

FOTO: la statuetta snodabile dalla sepoltura dello Sciamano di Brno (Moravia, Repubblica Ceca), in avorio di mammut, risalente a 25.000 anni fa, alta 20 cm., descritta nel paragrafo qui sopra.

FOTO: ricostruzione della statuetta di Brno descritta nel paragrafo qui sopra, ad opera dell’artista cecoslovacco Libor Balak. Datazione: 25.000 anni.

FOTO: anello di ardesia, largo circa 13 cm., dalla tomba dello Sciamano di Brno. E’ possibile che questi oggetti, la cui presenza si estende fino all’epoca neolitica, fossero applicati come ornamento sugli abiti.

Caratteristiche morfologiche dello scheletro

Le caratteristiche morfologiche del cranio presentano tratti piuttosto arcaici, con arcate sopraccigliari marcate e leggero prognatismo. Il cranio è dolicocefalo e l’analisi dell’intero scheletro indica una corporatura forte con muscolatura possente, ma anche i segni di una grave malattia del periostio, consistente in un’infiammazione ossea che gli rese la vita alquanto penosa. La sua morte è avvenuta all’età di circa 50 anni e tutto lascia pensare ch’egli fosse un personaggio di grande merito e un importante Sciamano presso la sua comunità.

Per una più approfondita descrizione della TOMBA DELLO SCIAMANO DI BRNO si invita alla consultazione di questo precedente post:

https://alessia-birri.blogspot.com/2019/04/la-statuetta-snodabile-dello-sciamano.html

FOTO: la calotta cranica fortemente dolicocefala dello sciamano di Brno, descritto nel paragrafo qui sopra. Datazione: 25.000 anni.

FOTO: i resti della mandibola dello sciamano di Brno, descritto nel paragrafo qui sopra. Datazione: 25.000 anni.

FOTO: ricostruzione dell’aspetto e degli abiti dello Sciamano di Brno, in un’opera dell’artista cecoslovacco Libor Balak. Sull’abito sono applicati gli anelli di ardesia scoperti nella tomba.

IL SITO PALEOLITICO DI PAVLOV IN MORAVIA

Questo importante giacimento di reperti archeologici risalenti da 29.000 a 25.000 anni fa, situato sulle valli della MORAVIA (Repubblica Ceca), ricopre circa 100 km. quadrati di superficie, e i primi scavi sono stati effettuati nel 1952. Lo stile dei manufatti e la loro comparazione con quelli di altri siti europei ed eurasiatici ha permesso di denominare i ritrovamenti relativi al Paleolitico Superiore, che presentano le caratteristiche di questa cultura, come PAVLOVIANI. La cultura PAVLOVIANA dell’est Europa può essere considerata come l’equivalente della coeva cultura GRAVETTIANA dei PIRENEI e dell’EUROPA centrale, e deve il suo nome alle colline di PAVLOV, alle pendici del monte DEVIN, in MORAVIA, dov’è stata scoperta la massima concentrazione di reperti riguardanti queso ceppo culturale. La CULTURA PAVLOVIANA si estende dalla REPUBBLICA CECA alla POLONIA meridionale, i cui tratti distintivi comprendono la produzione di oggetti e STRUMENTI LITICI, BIFACCIALI, ZAGAGLIE coniche, ZAPPE ricavate da palchi di renna; MONILI, DIADEMI, CIONDOLI e molti manufatti in avorio di mammuth con immagini graffite. Le figure femminili sono quasi simili a quelle del GRAVETTIANO dell’EUROPA centrale e sono accompagnate da un considerevole numero di rappresentazioni schematiche e simboliche. Alcuni motivi ricorrenti nelle incisioni decorative risultano unici e non presenti presso altri ceppi culturali coevi.

FOTO: ricostruzione di villaggio “pavloviano” riferita all’area archeologica di Pavlov (Moravia, Repubblica Ceca), descritta nel capitolo qui sopra, risalente a 29.000-25.000 anni fa.

IL SITO PALEOLITICO DI DOLNI VESTONICE

Siamo sempre in MORAVIA (REPUBBLICA CECA), presso il Comune di DOLNI VESTONICE, vicino alla città di BRNO, nel cui territorio sono stati effettuati fra i più importanti ritrovamenti paleolitici d’EUROPA, con la scoperta di un accampamento risalente a 26.000 anni dal quale sono emersi migliaia di manufatti. I primi scavi sono stati intrapresi nel 1922, e il sito venne idagato lungo il corso di tutto il secolo. Negli anni ’90 vengono posti sotto la soprintendenza di PETR SKRDLA, dell’Istituto di Archeologia di Brno. Gli scavi continuano a cura di un progetto internazionale che include il Moravian Gate Project, Accademia delle Scienze di Brno e il McDonald Institute for Archeological Research dll’Università di Cambridge. Si tratta di un accampamento di cacciatori-raccoglitori dell’Epoca glaciale, dove sono venuti alla luce numerosi interessantissimi manufatti in TERRACOTTA, smantellando anche in questo caso la vecchia presunzione secondo la quale solo in epoca Neolitica sarebbe nata la produzione di questo materiale. Ma non è tutto: vi è anche il ritrovamento delle tracce di TESSUTO in fibre vegetali impresso su frammenti di creta, che testimoniano non soltanto l’esistenza dell’arte della TESSITURA, ma un alto livello tecnico in questo settore, in grado di produrre svariati tipi di tessuto molto raffinato, come vedremo nei paragrafi successivi. Ma riguardo alla creazione di oggetti in terracotta decine di migliaia di anni prima di quanto la teoria ufficiale aveva stabilito, vi sono moltissimi altri esempi in tutto il mondo. Ai ritrovamenti di DOLNI VESTONICE si aggiungono monili, COLLANE di denti di volpe e conchiglie. Di assoluta rilevanza la scoperta di una TRIPLA SEPOLTURA, dove vi sono inumati 3 adolescenti, oltre alla famosa VENERE di DOLNI VESTONICE e altri importanti strumenti e ornamenti d’osso e d’avorio. Le prime indagini archeologiche del sito risalgono al 1924, sotto la supervisione dell’archeologo cecoslovacco KAREL ABSOLON (1877-1960). Accanto alla statuetta femminile sono stati trovati numerosi artefatti raffiguranti MAMMUTH, ORSI, CAVALLI, VOLPI, RINOCERONTI LANOSI e una CIVETTA, oltre a più di 2000 sfere di terracotta.

FOTO: riostruzione dell’accampamento paleolitico di Dolni Vestonice (Moravia, Repubblica Ceca), risalente a 26.000 anni fa.

La Venere di Dolni Vestonice

La cosiddetta Venere di Dolni Vestonice è una statuetta femminile in terracotta, considerata il più antico manufatto in questo materiale finora venuto alla luce in tutto il mondo, assieme ad altri oggetti in creta emersi nello stesso contesto. E’ alta 10,11 cm. ed affiorò da uno strato di cenere nel 1925, divisa in due dalla zona sotto l’ombelico. La sua misteriosa figura nasconde segreti ed immortala gesti che dal lontano passato della sua creazione giungono fino a noi come una fotografia; ad esempio l’impronta digitale di un bambino di circa 7 anni rilevata da una tomografia; sembra ovvio che un bambino, a quel tempo, abbia avuto l’irresistibile tentazione di toccarla prima che la creta fosse giunta a cottura. La sua datazione è di 29.000 anni. L’aspetto di questa statuetta è fra i più enigmatici e unici nel panorama delle raffigurazioni femminili a tutto tondo: la sua testa non è resa nel consueto stile insettiforme dell’epoca (come descritto nel caso delle VENERI trattate nei capitoli precedenti), bensì presenta una postura rigida, priva di separazione fra il capo e il collo, e sembra indossare un cappuccio sul quale si aprono due fessure oblique al posto degli occhi (quella del cappuccio è una mia personale osservazione). La presenza di particolari che ne descrivono il volto, in questo caso gli occhi, è un fatto davvero singolare nel caso di una statuetta paleolitica, simile forse soltanto a quello della VENERE DI BRASSEMPOUY. Le spalle sono leggermente contratte e le braccia si fondono con il corpo. Sopra il capo reca 4 fori, o coppelle ovali, che forse raffigurano qualche ornamento. Il corpo indica una donna matura, in carne, con grossi e pesanti seni a pera, fianchi larghi e quattro segni delle pieghe del grasso sulla schiena, divisa da una profonda insenatura. E’ di un colore nero brunito ed è stata cotta con un fuoco all’aria aperta a temperatura non eccessivamente incandescente, ad un massimo di 400 gradi.

FOTO: prospettive della Venere di Dolni Vestonice (Moravia, Repubblica Ceca), statuetta in terracotta, alta 10,11 cm., descritta nel paragrafo qui sopra. Datazione: 29.000 anni o più.

FOTO: la parte posteriore della statuetta femminile di Dolni Vestonice, detta “Venere”, alta 10,11 cm., in terracotta, descritta nel paragrafo qui sopra. Datazione: 29.000 anni o più.

Gli altri manufatti di Dolni Vestonice

La statuetta d’avorio che chiameremo “l’osservatore”

Migliaia di manufatti, sia in ceramica che in avorio, sono venuti alla luce nella zona archeologica di DOLNI VESTONICE. Oltre alla più famosa VENERE di DOLNI VESTONICE descritta nel paragrafo precedente, vi è un’altra statuetta in avorio di mammuth, alta 8 cm., datata anch’essa 29.000 anni. Particolare straordinario: questa statuetta ha un volto. Seppure reso in maniera approssimativa, ma non sembra ritrarre un’immagine maschile dalla forma del petto e del corpo. E’ davvero unica, sembra quasi un’istantanea di 30.000 anni fa e merita la stessa notorietà della prima. In più: la testa è stata modellata non frontalmente, ma  rivolta verso la spalla destra, come se stesse osservando qualcosa lontano; le braccia sono allungate lungo i fianchi con le mani che circondano il pube.

FOTO: statuetta maschile che ho denominato “l’osservatore” di Dolni Vestonice, in avorio di mammut, alto 8 cm., perchè sembra osservare qualcosa lontano, con la testa piegata di lato. Datazione: 29.000 anni.

La testa-ritratto d’avorio di Dolni Vestonice

Un’altro straordinario manufatto d’avorio di mammuth da DOLNI VESTONICE è senz’altro il magnifico ritratto, in miniatura, di una donna, alto appena 4,8 cm. ma interessantissimo per i tratti fisiognomici delineati con grande cura, che raffigurano un volto allungato dai lineamenti aggraziati; l’occhio alla nostra sinistra è ben disegnato e al suo interno l’artista ha riprodotto perfino il cerchio dell’iride, mentre quello a destra è asimmetrico e inciso con linee incerte. Il naso è morbido, dritto, leggermente sporgente verso la punta; la bocca delicata. Non vi sono raffigurate le orecchie, nonostante il manufatto sia a tutto tondo, ma sul capo reca un’acconciatura alta, elegante, che sembra trattenuta da uno chignon nella parte superiore. L’effetto è sorprendentemente vivido ed affascinante, un vero e proprio ritratto, simile a quello della VENERE DI BRASSEMPOUY. Datazione: 29.000 anni.

FOTO: il ritratto in avorio di mammut, altezza 4,8 cm., di una donna con chignon. Dal sito paleolitico di Dolni Vestonice (Moravia, Repubblica Ceca), datato 29.000 anni. Volti asimmetrici come questo facevano parte di un iconografia tradizionale del Paleolitico Superiore, e devono essere forse inclusi nella tipologia del “doppio volto” di cui si potrebbe riferire numerosi esempi, a partire da quello delle maschre di Altamira e di El Yujo, anche se alcuni riconoscono in questo manufatto il ritratto di una persona con il volto deturpato. Datazione: 29.000 anni. Descritta nel paragrafo qui sopra.

La maschera d’avorio di Dolni Vestonice

L’immagine di una MASCHERA d’avorio di mammuth scoperta a DOLNI VESTONICE è tra i manufatti più enigmatici del Paleolitico Superiore europeo. E’ alta appena 4 cm. e dunque si tratta di una miniatura. Sembrerebbe la raffigurazione di un essere mitologico, uno spirito, forse una visione, ma non il ritratto di una persona, perchè i rari esempi di volti umani ritratti nelle statuette a tutto tondo, come la VENERE DI BRASSEMPOUY, o la TESTA D’AVORIO DI DOLNI VESTONICE, descritta nel paragrafo sopra, e diversi altri ancora, mostrano un aspetto più naturalistico e caratterizzato. Datazione: 29.000 anni.

FOTO: la maschera d’avorio di Dolni Vestonice. Miniatura, cm.4., datata 29.000 anni. Descritta nel paragrafo qui sopra.

FOTO: maschera di Dolni Vestonice, descritta nel paragrafo qui sopra. Datazione: 29.000 anni, altezza cm.4.

La mappa fluviale su zanna di mammut di Dolni Vestonice

Fra i manufatti più straordinari del sito paleolitico di DOLNI VESTONICE non possiamo trascurare quella che gli studiosi hanno ormai identificato come la più antica MAPPA del mondo: è incisa su un’enorme zanna di mammuth e riproduce il percorso del fiume STARA’ DYIE assieme alle valli, ai pendii, terrazzamenti e cime rocciose così com’erano 29.000 anni fa. Al centro della scena un piccolo doppio cerchietto potrebbe indicare l’abitazione dei cacciatori. A questo punto non possiamo non ricordare la teoria dello studioso HARRY BOURNE che interpreta simili raffigurazioni astratte sulle pareti delle caverne franco-iberiche dei PIRENEI come MAPPE FLUVIALI; per comprendere meglio la sua teoria leggete il seguente post cliccando sul link, ed eventualmente usando il traduttore automatico di Google:

http://thelamplight.ca/schematicoftime/boats.htm 

FOTO: la mappa fluviale incisa su zanna di mammut, dal sito paleolitico di Dolni Vestonice, descritta nel paragrafo qui sopra. Datazione: 29.000 anni.

FOTO: schema della mappa fluviale su zanna di mammut dal sito paleolitico di Dolni Vestonice, descritta nel paragrafo qui sopra. Datata 29.000 anni.

Ciondoli, figurine animali e altri oggetti da Dolni Vestonice

I numerosissimi CIONDOLI e STATUETTE ANIMALI rinvenute nel sito di Dolni Vestonice sono opere di grande valore artistico, espresse in modo naturalistico e con una sorprendente vitalità: RINOCERONTI LANOSI, LEONI DELLE CAVERNE, MAMMUTH, BOVIDI, RENNE, perfino uno strano animale interpretato come una DONNOLA, FELINI, ORSI, STAMBECCHI, CAVALLI, VOLPI. Alcune teste di cavallo sono rese in modo stilizzato. Un DISCO DI PIETRA (non ho ottenuto informazioni circa le dimensioni dell’oggetto) simile a molti altri prodotti sia in epoca paleolitica che neolitica. MOLE per frantumare cereali realizzate con ciottoli di fiume.

FOTO: ciondolo in avorio di mammut, altezza: 8 cm., datazione: 29.000 anni, dal sito paleolitico di Dolni Vestonice.

FOTO: testa di orsetto da una delle statuette di Dolni Vestonice; ceramica; datazione: 29.000 anni. Non ho potuto trovare informazioni circa le dimensioni del frammento, che comunque era parte di una statuetta di piccole dimensioni.

FOTO: orso in ceramica, dal sito paleolitico di Dolni Vestonice (Moravia, Repubblica Ceca). Lunghezza: 7,5 cm. Datazione: 29.000 anni.

FOTO: ciondolo a forma di gufo in avorio di mammut, dal sito paleolitico di Dolni Vestonice, Moravia, Repubblica Ceca. Datazione: 29.000 anni. Purtroppo non ho trovato informazioni circa le misure del manufatto.

FOTO: una delle teste di cavallo in avorio di mammut di Dolni Vestonice, lunga circa 5 cm., mostra una stilizzazione già molto accentuata rispetto al naturalismo delle altre figure. Datazione: 29.000 anni.

Le impronte tessili su creta di Pavlo-Dolni Vestonice

Una scoperta che, per l’ennesima volta, smentisce le teorie ufficiali è il ritrovamento, a DOLNI VESTONICE, di tracce di TESSUTI impresse su frammenti d’argilla, probabilmente a scopo decorativo. I reperti sono stati esaminati e confermati senza dubbio come tracce di materiale tessuto nel 1996, ad opera della Prof.ssa MARIE BUNATOVA dell’Istituto di Archeologia di Praga.  L’arte della TESSITURA fino a qualche decennio fa era generalmente considerata una conquista tecnica d’epoca neolitica, successiva all’introduzione dell’agricoltura, invece, dopo i TESSUTI di DOLNI VESTONICE (29.000), viene inevitabilmente retrodatata di ben 20.000 anni l’introduzione dei tessuti nell’abbigliamento e nelle suppellettili. Su uno dei frammenti d’argilla con impressioni tessili di PAVLOV-DOLNI VESTONICE sono state identificate tracce da fibre vegetali, delle quali i capi erano verosilmente composti. Sono stati effettuati degli esperimenti riguardo l’intero processo di raccolta, trasformazione e lavorazione delle ortiche con gli strumenti dell’epoca, e il risultato è stato molto soddisfacente. Ma le testimonianze archeologiche hanno dimostrato che non venivano prodotti tessuti uniformi ad uso semplicemente pratico, ma diversi tipi di tessuto, elaborati e sofisticati a tal punto da non avere nulla da invidiare a quelli delle successive ere, neolitica e storica. Dai fusti d’ORTICA infatti si ricava un’eccellente FIBRA TESSILE, resistente, traspirante come il lino, assumendo le caratteristiche proprie del cotone. Il processo di lavorazione avviene in questo modo:

1 – Si fanno asciugare le ortiche dopo essere state ben lavate.
2- Viene effettuata la “stigliatura”, ovvero la separazione delle fibre dal resto delle componenti.
3 – Le fibre vengono ripulite dalle eccedenze, sfilacciate sgrovigliate.
4 – le fibre vengono cardate e pettinate.
5 – L’atto finale consiste nella torcitura e preparazione del materiale per la lavorazione tessile.

Possiamo dedurre che indumenti, coperte e manti prodotti con questo materiale fossero anche colorati con sostanze d’origine vegetale. Non si esclude (anzi, sembra ovvia a questo punto) la creazione di una vasta gamma di oggetti come CESTI DI VIMINI, BORSE, e molti altri contenitori o forse anche oggetti artistici di questo materiale.

FOTO: impronte tessili su creta a scopo ornamentale, dal sito paleolitico di Dolni Vestonice (Moravia, Repubblica Ceca), risalenti a 29.000 anni fa, retrodatano di 20.000 anni la comparsa dell’arte della tessitura. Descritte nel paragrafo qui sopra.

Quadro generale delle sepolture paleolitiche di Dolni Vestonice e considerazioni sul significato rituale e sciamanico

Presso l’accampamento paleolitico di DOLNI VESTONICE è stato stimato vivessero circa 100 persone, e sono 3 le sepolture rilevanti scoperte nell’area: nel 1927 la tomba di un BAMBINO, nella quale sono rimasti solo pochi denti; nel 1949 quella di una DONNA sepolta nella sua abitazione, la quale si suppone rivestisse il ruolo di SCIAMANA e ARTISTA della comunità (a lei si attribuisce la creazione dei manufatti di terracotta); infine, nel 1986, la più misteriosa e complessa TRIPLICE SEPOLTURA in cui sono stati inumati tre individui in posture insolite che esamineremo nel paragrafo seguente. Ma il numero di sepolture relative a questo villaggio doveva essere decisamente superiore, e l’indagine non si può certo dire conclusa. Tutti i corpi, tradizionalmente, venivano inumati in posizione fetale durante tutta l’era paleolitica, e cosparsi di OCRA ROSSA. Così è stato per i corpi della DONNA singola, e del BAMBINO di DOLNI VESTONICE, ma non per le persone che occupano la TRIPLICE SEPOLTURA. La POSIZIONE FETALE in cui venivano sistemati i corpi indica la convinzione che la morte non fosse considerata un atto finale, ma un nuovo inizio, una rinascita che probabilmente veniva concepita come REINCARNAZIONE. La visione lineare dell’esistenza e la netta separazione fra vita e morte fa parte di una forzatura posteriore, avvenuta in tempi storici e sopravvissuta fino a noi. Antecedente ad ogni altra forma spirituale dev’essere stata l’intuizione della METEMPSICOSI, del viaggio dell’anima verso altre successive trasformazioni; da qui l’inumazione dei defunti in posizione fetale, nella certezza della rinascita, e nella concezione della vita e della morte come fattori inseparabili. L’OCRA ROSSA con la quale venivano cosparsi i corpi in epoca ancestrale doveva essere considerata una polvere molto preziosa: veniva usata per dipingere, quindi era direttamente connessa alla creatività; inoltre, il colore rosso ha sempre avuto, in ogni epoca, un valore sacrale, rigenerativo, legato all’idea del sangue, e dunque alla nobiltà dell’anima e al potere che ne scaturisce. In epoca storica il ROSSO è sempre simboleggiato autorità e potere, legato all’aristocrazia dl sangue e alle caste sacerdotali; in epoca presistorica era probabilmente connesso all’autorevolezza e al merito di coloro che ne venivano cosparsi; si può, infatti, immaginare che l’OCRA ROSSA non fosse usata soltanto per i rituali funerari, ma anche per le iniziazioni e altre cerimonie collettive e individuali.

La triplice sepoltura di Dolni Vestonice come coreografia di un percorso di rinascita?

Nel 1986, presso l’area dell’accampamento paleolitico di DOLNI VESTONICE (piccolo villaggio cecoslovacco della regione MORAVIA), venne alla luce uno dei più importanti ritrovamenti archeologici del mondo: una TRIPLICE SEPOLTURA dove sono stati inumati i corpi di quelli che oggi, tramite accurate analisi genetiche e morfologiche, vengono identificati come tre giovani maschi, interrati in una fossa poco profonda. I corpi erano disposti in questo modo insolito: in posizione insolitamente sdraiata, l’individuo alla nostra sinistra poggia la mano sulla zona pubica del ragazzo al centro, mentre il terzo è stato posizionato con il corpo a faccia in giù. Entrambi i giovani accanto all’individuo al centro indossano collane di denti di lupo e di volpe, ciondoli d’avorio di mammuth e i loro capi sono stati cosparsi di OCRA ROSSA. La stessa OCRA ROSSA è stata sparsa sulla zona pubica dell’individuo al centro, su cui il ragazzo a sinistra poggia la mano. Dai primi studi sullo scheletro, e considerando la gracilità della sua conformazione, si dedusse che il corpo al centro della scena fosse quello di una donna; successive analisi più approfondite confermarono trattarsi di un maschio. In più: le ultime analisi del DNA dimostrerebbero che i tre soggetti erano FRATELLI, e ciò esclude qualsiasi ipotesi riguardante eventi riproduttivi. Su Wikipedia vengono descritte in questo modo le caratteristiche che ne identificano lo stretto grado di parentela:

“Si ipotizza che tutti e tre gli individui siano correlati in base a tre tratti rari: assenza unilaterale del seno frontale, esostosi uditive specifiche e impazione dei denti del giudizio superiori”.

Sempre su Wkipedia vengono descritte l’antichità e le caratteristiche genetiche:

“I tre abitanti di Dolni Vestonice, vissero 31.155 anni fa (data calibrata) e avevano un aplogruppo mitocondriale U e un aplogruppo mitocondriale U8” .

La difficoltà nell’identificazione del sesso del soggetto centrale è stata dovuta alla sua innaturale conformazione scheletrica, che mostra evidenti segni di malformazione: una patologica curvatura della colonna vertebrale, una gamba non completamente sviluppata e un’evidente gracilità in tutta la sua costituzione. Al contrario, gli altri due individui mostrano una costituzione robusta e sana. L’antropologo cecoslovacco BOHUSLAV KLIMA (1925-2000) ha ritenuto che un grosso piolo di legno trovato all’interno del bacino dell’individuo alla nostra sinistra possa esservi stato conficcato; ma resti di legno combusto sono stati trovati sulla copertura della tomba, dove evidentemente era stato acceso un falò rituale. Un frammento di osso penico di renna è stato trovato infilato nella bocca dell’individuo malato al centro. Sul teschio del giovane recante la mano sul pube dell’altro ci sono ancora le tracce di una MASCHERA RITUALE con la quale è stato sepolto, e gli studiosi ritengono che possa trattarsi di uno Sciamano. Una cosa curiosa è anche il ritrovamento di un CRANIO ISOLATO nei pressi della TRIPLICE SEPOLTURA. Quando il corpo al centro si pensava appartenesse ad una donna, si ipotizzò fosse morta di parto, e ci si costruì un’immaginario dramma preistorico, in cui lo Sciamano ed il compagno della partoriente furono destinati a seguire la defunta nell’aldilà. Nell’impossibilità di venirne a capo, ci si ricamò sopra di tutto e di più: su un recente articolo di Focus è stato addirittura ipotizzata una sorta di “damnatio memoriae” riguardo il corpo sepolto a faccia in giù, collegandone la modalità a quella di altre sepolture d’epoca storica relative al vampirismo. Diciamo presto una cosa: se continuiamo a voler interpretare gli elementi simbolici paleolitici sulla base del nostro retaggio culturale, non riusciremo mai ad illuminare la scena.

Gli strumenti di cui oggi disponiamo non ci permetteranno mai di conoscere le cause del decesso dei tre giovani, perciò qualsiasi scenario può essere ipotizzato: incidente che ha coinvolto l’intero gruppo, avvelenamento, una malattia che ha colpito improvvisamente il villaggio, fino al rituale sciamanico finito tragicamente con la morte del malato, del quale gli altri due hanno voluto seguire la sorte…tutto è possibile, meno che l’ipotesi del disprezzo verso gli inumati, che sono stati comunque sepolti con cura e con tutti gli onori e i rituali della tradizione. Possiamo però provare a leggere il messaggio descritto dai corpi in quella tomba, disposti quasi come lettere di un alfabeto nell’intento di comunicare ai posteri: in realtà potrebbero essere stati disposti in modo da raffigurare la coreografia di un percorso di rinascita, dove l’individuo alla nostra sinistra, con la mano sul pube del compagno al centro, potrebbe rappresentare la forza vitale, dalla quale viene pervaso l’individuo centrale nell’area riproduttiva cosparsa d’OCRA, e infine il viaggio verso un nuovo grembo oscuro rappresentato dall’individuo steso con il ventre a terra. Nella cultura ancestrale penetrare nell’oscurità della terra (come indica il corpo dell’individuo a faccia in giù) non ha un valore negativo, di oblio o dannazione (come ritenuto dal nostro retaggio culturale) bensì è considerato assolutamente auspicabile come elemento di trasformazione e rinascita. Come di consueto, il simbolismo ancestrale ha subito un drastico capovolgimento in epoca storica, e per comprendere la cultura paleolitica lo dobbiamo riposizionare nella giusta prospettiva.

FOTO: la misteriosa triplice sepoltura del sito paleolitico di Dolni Vestonice (Moravia, Repubblica Ceca), datata più di 31.000 anni, che forse vuole rappresentare tre fasi del percorso di rinascita degli inumati, come cerco di descrivere nel paragrafo qui sopra secondo una mia personalissima iterpretazione.

FOTO: i crani dei tre individui della triplice sepoltura di Dolni Vestonice (Moravia, Repubblica Ceca); su quello in fondo si nota il frammento fossile di una mascera rituale con la quale è stato sepolto. Datazione: più di 31.000 anni.

Il laboratorio della Sciamana-ceramista del villaggio paleolitico di Dolni Vestonice

Il complesso abitativo paleolitico di DOLNI VESTONICE era costituito da 5 abitazioni sorrette da zanne e ossa di mammuth di cui sono state scoperte le tracce archeologiche; una di queste capanne era distante dalle altre ben 90 metri, e si è rivelata essere l’abitazione-laboratorio della SCIAMANA e CERAMISTA della comunità, datata più di 30.000 anni, che vi fu sepolta all’interno in mezzo ai sui strumenti da lavoro e alle sue opere. Lo scheletro emerso dagli scavi è quello di una donna gracile, di circa 40 anni, inumata in posizione fetale sotto due grandi scapole di mammuth decorate, accanto al forno che veniva usato per cuocere la ceramica; il suo corpo era stato cosparso di OCRA ROSSA, in una mano recava 10 canini di volpe artica; una LANCIA di selce era posizionata accanto alla sua testa. Era molto bassa di statura, appena 1 metro e 25 cm.. Il FOCOLARE in questo laboratorio non era simile a quelli presenti nelle abitazioni comuni del resto del villaggio, ma era munito di camino che sporgeva dal tetto a cupola della capanna. All’interno di questo magico luogo sono stati scoperti almeno 2.300 frammenti di manufatti in ceramica, soprattutto raffigurazioni faunistiche a volte rese nel consueto stile naturalistico, altre volte con tratti piuttosto schematici, come alcune TESTE di CAVALLO con profonde linee orizzontali e narici rotonde. Il fatto che fosse sepolta all’interno del laboratorio artigianale, e che non ci sia traccia di altri laboratori nell’area dell’accampamento, non lascia dubbi sulla sua funzione di ARTISTA-SCIAMANA all’interno della comunità. La capacità di creare, è connessa strettamente alla magia e all’illuminazione spirituale, da ciò si evince che essa avesse una grande autorevolezza presso una comunità egualitaria, dove primeggiava il merito e non certo l’eredità di sangue o l’appartenenza a qualche casta. Un’importante particolare riguardo alla sepoltura della SCIAMANA è il ritrovamento, proprio all’interno del suo laboratorio, della famosa TESTA D’AVORIO che ritrae un volto allungato dai lineamenti delicati, alto appena 4,8 cm., riconosciuto come possibile auto-ritratto della stessa artista, considerando il fatto che le analisi del cranio hanno rilevato un’asimmetria evidente del lato sinistro del viso, forse causata da un ictus, e probabilmente da un occhio era rimasta cieca, corrispondente all’occhio confuso della testa d’avorio. Ma sono tutte supposizioni, perchè l’asimmetria dei volti era comune nell’arte paleolitica: il lato destro e il lato sinistro non sono quasi mai corrispondenti, come per la MASCHERA DI ALTAMIRA, o per quella di EL JUYO, e si potrebbero portare moltissimi altri esempi. Questa dualità poteva assumere un valore simbolico, rappresentare le due facce della realtà: un volto umano assimilato al volto inquietante dell’ignoto.

FOTO: lo scheletro ed il teschio della donna-sciamana e ceramista della comunità del villaggio paleolitico di Dolni Vestonice (Moravia, Repubblica Ceca), sepolta nel suo laboratorio ricco di manufatti, datata più di 30.000 anni.

Le figurine di ceramica di Dolni Vestonice spezzate ed esplose a scopo rituale?

Molti dei manufatti di terracotta scoperti presso la bottega artigianale del villaggio paleolitico di Dolni Vestonice sembrano essere state deliberatamente gettate sul fuoco quando l’argilla era ancora bagnata al fine che esplodessero, oppure spezzate in due, come la VENERE di DOLNI VESTONICE, e successivamente gettati sul fuoco. Questa potrebbe corrispondere ad una ritualità connessa all’assunzione di potere, ad un processo psichico di autoconvincimento relativo al proprio potere sugli eventi e sulle manifestazioni della Natura: creare e distruggere, assumere su di sè la responsabilità e il ruolo stesso dello Spirito universale.

Le strutture abitative del villaggio paleolitico di Dolni Vestonice

Come precedetemente detto, l’accampamento stagionale di Dolni Vestonice, risalente a 29.000 anni fa, era composto da 5 abitazioni, più il laboratorio artigianale sopra descritto. I 4 lati delle abitazioni erano sostenuti da grossi pali di legno convergenti in cima, ben piantati nel terreno; le pelli animali che formavano le pareti erano cucite insieme e probabilmente dipinte e decorate, tenute salde a terra da grossi massi. All’aperto, in mezzo all’abitato, sono state trovate le tracce di un falò che forse veniva tenuto sempre acceso. Si trovava nei pressi di un ruscello, fra le valli ai piedi del monte DEVIN, nell’attuale MORAVIA (Repubblica Ceca). Le abitazioni erano a cupola, ricoperte di pelli di animali e sorrette da zanne e ossa gigantesche di mammuth. Sembrerebbe che lo spazio abitativo fosse anch’esso recintato con ossa di mammuth, delimitando l’area in cui si svolgeva la vita quotidiana.

FOTO: una ricostruzione del villaggio di Dolni Vestonice, risalente a 30.000 anni fa circa, in un opera dell’artista cecoslovacco Libor Balak.

FOTO: riproduzione di un’abitazione dell’accampamento paleolitico di Dolni Vestonice, risalente a circa 30.000 anni fa.

IL SITO PALEOLITICO DI ZARAYSK NELLA REGIONE DI MOSCA

Il sito archeologico di ZARAYSK si trova nei pressi di MOSCA (RUSSIA) ed è costituito da molte stratificazioni relative a diverse occupazioni che coprono un arco di tempo di 7000 anni: da 23.000 fino a 16.000 anni fa. I primi scavi archeologici sono avvenuti fra il 1980 e il 1989, sotto la supervisione del Dott.HIZRI AMIRKHANOV, dell’Istituto di Archeologia e Accademia delle Scienze Russa. La metodologia di scavo è stata incentrata sul risalto delle stratificazioni geologiche, in modo da ottenere una più chiara sequenza delle occupazioni in ordine di tempo e in seguito ai periodici cambiamenti climatici. Si è potuto così notare che le tracce delle abitazioni comparivano negli strati relativi ai periodi più temperati, scomparendo in quelli più gelidi. L’aspetto culturale di questa popolazione era quello relativo all’area KOSTENKI-AVDEEVO, di cui abbiamo trattato in precedenza. La zona degli scavi copre 450 metri quadrati di terreno e vi sono stati scoperti più di 15.000 manufatti, alcuni davvero sorprendenti. Le abitazioni avevano una forma ovale e una lunghezza di 5 metri. La loro struttura era in avorio e ossa di mammuth e accanto vi sono stati trovati diversi POZZI DI STOCCAGGIO in cui veniva immagazzinato materiale come ossa, avorio, selce…simili a quelli di altri accampamenti dello stesso periodo.

I manufatti più importanti del sito paleolitico di Zaraysk

Il bisonte d’avorio di mammut

Una statuetta di BISONTE d’avorio di mammuth scoperta nell’area archeologica di Zaraysk può ben essere considerata uno dei più grandi capolavori del Paleolitico Superiore: è lungo 16,4 cm, una dimensione considerevole se confrontata a quella degli altri manufatti faunistici, e infatti, quando è venuto alla luce, è stato trovato posizionato sopra un piedistallo costruito appositamente perchè venisse ammirato. Datazione: 23.000 anni.

FOTO: il bisonte d’avoro di mammut, dal sito paleolitico di Zarayks, nella regione di Mosca, Russia, datato 23.000 anni. Lunghezza 16,4 cm., descritto nel paragrafo qui sopra.

La Venere di Zaraysk

Il tempo non è stato clemente con la statuetta femminile detta VENERE DI ZARAYSK: alta 16,6 cm, in avorio di mammuth, il materiale si presenta purtroppo sfaldato e quasi nulla rimane delle forme originali della superficie, che dovevano essere molto naturalistiche e accurate, considerando complessivamente la sagoma che ne rimane. Le forme sono, come al solito, abbondanti e i fianchi larghi; la testa dalla consueta sembianza “insettiforme” determina il tradizionale stile paleolitico europeo. E’ stata ritrovata all’interno di uno dei POZZI DI STOCCAGGIO dell’accampamento stagionale dei cacciatori-raccoglitori, dove vi era stata deposta con cura. Datazione: 23.000 anni.

FOTO: prospettive della Venere di Zaraysk, purtroppo molto deteriorata, in avorio di mammut, datata 23.000 anni, alta 16,6 cm., descritta nel paragrafo qui sopra.

La Venere incompiuta di Zaraysk

Un’altra figurina antropomorfa, probabilmente una statuetta femminile, alta 7,4 cm. è stata lasciata incompiuta e presenta un accenno della forma della testa e al posto del corpo sono state delineate delle semplici bozze. Datazione: 23.000 anni.

FOTO: statuetta femminile incompiuta, descritta sopra, dal sito paleolitico di Zaraysk. Datazione: 23.000 anni.

FOTO:  dopo le tracce di tessuto su creta di Dolni Vestonice, ecco una fusaiola d’avorio dal sito paleolitico di Zaraysk (nei pressi di Mosca), datata 23.000 anni. La parte superiore è di 3,7 cm., quella più stretta di 2 cm. Il filo veniva attorcigliato al fuso inserito nel foro.

Altri manufatti dal sito archeologico di Zaraysk comprendono ATTREZZI DI SELCE, COLLANE DI DENTI DI VOLPE, OSSA DI MAMMUTH INCISE con sistemi di calcolo, un DENTE DA LATTE di bambino.

L’ACCAMPAMENTO DI CACCIA PALEOLITICO DI MEZIN WOLF CAMP

Il sito archeologico di MEZIN, Campo dei Lupi, è situato in UCRAINA, lungo le rive del fiume DESNA. Venne scoperto nel 1907 e consiste in un insieme di insediamenti paleolitici che coprono un arco di tempo da 18.000 a 22.000 anni fa. Per l’esattezza sono state individuate 5 abitazioni circolari, con un diamentro di circa 7 metri. Le strutture portanti erano costituite da grossi pali di legno convergenti, zanne e ossa di mammuth, quindi ricoperte ed impermeabilizzate con pelli di animali. Nei pressi della zona abitata vi erano luoghi appositi per la lavorazione della selce, delle ossa e dell’avorio. Moltissimi manufatti unici e interessanti sono emersi presso le abitazioni e i laboratori degli artigiani: STATUETTE FEMMINILI stilizzate, FIGURINE ANIMALI, BRACCIALI, STRUMENTI MUSICALI a percussione costituiti da teschi, mascelle e scapole di grossi animali. Dai numerosi resti di ossa di lupo presenti nell’area occupata dai cacciatori si presume che questi animali fossero già in qualche modo addomesticati; da ciò il nome “Campo dei lupi” per questo stanziamento invernale.

FOTO: lo scenario lungo le rive del fiume Desna, in Ucraina, sede dell’accampamento paleolitico di Mezin Wolf Camp, risalente a circa 20.000 anni fa, descritto in questo capitolo.

I bracciali con motivi geomtrici di Mezin

Il bracciale con motivi a svastica di Mezin

Fra tutti gli oggetti artistici ritrovati presso l’accampamento di MEZIN (UCRAINA, sponde del fiume DESNA) spiccano senza dubbio i celebri BRACCIALI d’avorio di mammuth, riccamente decorati con motivi geometrici perfettamente simmetrici, datati 22.000 anni, e descritti dall’archeologo sovietico ALEXEY PAVLOVICH OKLADNIKOV (1908-1981) “veri capolavori rispetto alla disposizione simmetrica dei motivi decorativi”. Uno di questi, scoperto nel 1912, reca un motivo inciso riconducibile alla classica SVASTICA presente universalmente presso culture e civiltà antiche e moderne; le SPIRALI QUADRE concatenate che coprono la superficie del BRACCIALE sono in tutto simili agli stessi meandri riprodotti nelle raffigurazioni artistiche dell’Antica Grecia e anche nelle decorazioni e nei costumi di diversi popoli. Il BRACCIALE più ampio misura 5,3 cm. d’altezza e reca 6 fori su entrambe le bordure per l’allacciamento. Il simbolo della SVASTICA, concatenato nelle geometrie di questo BRACCIALE, è uno dei simboli ancestrali dal valore universale, presente dalla Preistoria al Neolitico, infine nelle simbologie di tutte le civiltà dei 5 continenti. La sua presenza su manufatti così raffinati a MEZIN, e la sua elaborazione a spirale quadra, conferma il fatto che questo fosse un simbolo già da lungo tempo radicato presso le culture eurasiatiche, di cui noi abbiamo finora scoperto soltanto questi pochi indizi relativi a quell’epoca. La SVASTICA è un simbolo circolare, che simboleggia una perpetua rotazione intorno a un asse, e rispecchia perciò il moto universale: il principio immobile dell’esistenza in relazione allo scorrere ciclico degli eventi. Ma il suo valore è molto più profondo ed essenziale perchè, come ogni elemento proveniente dalla cultura sciamanica, non può assumere un senso limitato, ma dev’essere considerato nell’ottica dell’inscindibile osmosi di tutti gli aspetti dell’esistenza: materiale, psichico, individuale, universale. Il simbolo della SVASTICA è presente universalmente in epoca neolitica: dalla cultura VINCA dei BALCANI (dal VI al III millennio a.C.), ai frammenti di ceramica neolitici del KHUZESTAN (IRAN-6000 a.C.). In più era presente nel simbolismo dei NATIVI AMERICANI NAVAJO. Elencarne la diffusione nell’ambito delle civiltà storiche richiederebbe un altro studio, perciò a noi ora importa soltanto la sua origine ancestrale ed il significato totalizzante relativo all’integrazione dei molteplici livelli dell’esistenza che esso comunica. D’altro canto, tutti i simboli operano questa funzione essenziale.

FOTO: il bracciale con motivi a svastiche concatenate dell’accampamento paleolitico di Mezin (Ucraina) datato 22.000 anni, in avorio di mammut. Altezza 5,3 cm., descritto nel paragrafo qui sopra.

Il II bracciale con motivi gometrici a ondine di Mezin

Un secondo BRACCIALE in avorio di mammuth è composto da 5 bande decorate unite fra loro, alto circa 6 cm. La decorazione consiste in una serie di ondine geometriche parallele che ne percorrono l’intera circonferenza; alle estremità reca 6 fori da entrambe i lati per l’allacciamento.

FOTO: il bracciale composito del sito paleolitico di Mezin (Ucraina), datato 22.000 anni, in avorio di mammut, descritto nel paragrafo qui sopra.

Le statuette antropomorfe e gli uccelli stilizzati di Mezin

Fra i manufatti più interessanti venuti alla luce nel sito paleolitico di MEZIN (Ucraina) vi sono delle figurine in avorio di mammuth davvero singolari, che vengono considerate come delle STATUETTE FEMMINILI estremamente stilizzate, alte dai 4 ai 10 cm., ricoperte di decorazioni astratte, consistenti in un semplice forma allungata, con due protuberanze verso l’estremità inferiore interpretate come seni. Dunque non più le raffigurazioni naturalistiche tipiche del Paleolitico Superiore, ma semplici “concetti astratti” modellati a tutto tondo. Possiamo definire ciò una prima espressione di decadenza culturale, come lo sono le Veneri di PETERSFELS (GERMANIA), risalenti a 17.000 anni fa, rese in modo assolutamente schematico. Una di queste FIGURINE d’avorio reca di nuovo il motivo a SVASTICA presente sul bracciale descritto in precedenza.

FOTO: un uccello stilizzato in avorio di mammut, dal sito paleolitico di Mezin (Ucraina), datato 22.000 anni, reca motivi a svastica.

FOTO: riproduzione degli uccelli stilizzati in avorio di mammut scoperti presso il sito paleolitico di Mezin (Ucraina), datati 22.000 anni.

Le grandi ossa di mammut decorate di Mezin come possibili strumenti musicali

SCAPOLE, MASCELLE e altre OSSA DI MAMMUTH decorate con motivi geometrici in OCRA ROSSA potrebbero essere stati connessi all’attività rituale e ricreativa, come strumenti musicali a percusssione.

FOTO: mascelle di mammut forse usate come strumenti musicali a percussione, decorate con ocra rossa. Dal sito paleolitico di Mezin (Ucraina). Datazione: 22.000 anni circa.

L’ACCAMPAMENTO PALEOLITICO DI PETERSFELS

PETERSFELS (la Roccia di Peter) è un accampamento del tardo Paleolitico, datato 15.000 anni, così denominato in onore di uno degli scopritori, che fu lo studioso di Preistoria EDUARD PETERS (1869-1948) assieme al suo collaboratore VOLKER TOEPFER negli anni 1927-1932. La piccola caverna si trova su una stretta valle laterale che porta dall’alto DANUBIO a un passaggio basso nel GIURA SVEVO, nei pressi della città di ENGEN, GERMANIA. La piccola GROTTA che si affaccia su un magnifico scenario di colline e pinete, e nella quale sono stati scoperti numerosi manufatti, non fungeva comunque da luogo di abitazione, ma si presume fosse il laboratorio artigianale della comunità, mentre l’accampamento vero e proprio si trovava all’aria aperta, ed era costituito da capanne sorrette da travi conficcate nel terreno e ricoperte con pelli di animali. Le caverne, generalmente, non erano luoghi adibiti a dimora, bensì avevano una funzione sacra, come custodi di memoria e conoscenza; se la maggior parte dei reperti vengono alla luce all’interno delle grotte, è semplicemente perchè si sono trovati per decine di migliaia di anni al riparo dall’erosione degli elementi.

FOTO: lo scenario che circonda la caverna di Peterfels, nella quale sono stati scoperti manufatti di 15.000 anni fa. Valle del Danubio, nei pressi di Engen, Grmania. Descritta in questo capitolo.

Le “Veneri-sirena” della caverna di Petersfels

Nella GROTTA di PETERFELS sono state scoperte le famose VENERI STILIZZATE, che io denominerei piuttosto VENERI SIRENA, che erano indossate come ciondoli e modellate in gaietto, pietra minerale di origine vegetale. Questi manufatti sono piccolissimi, raggiungono le dimensioni di appena 1,5 cm., ma sono modellati con grande raffinatezza. Oltre a questi straordinari monili, presso la CAVERNA sono stati scoperti PUNTE DI LANCIA, RONDELLE PER FILATURA, simili a quelle emerse dagli scavi sui PIRENEI, OSSA incise con figure animali, BASTONI FORATI, un raro manufatto raffigurante un RICCIO, o uno SCARABEO, sempre in pietra di gaietto.

FOTO: una delle “Veneri sirena” scoperte nella caverna di Petersfels, Germania, alta 1,5 cm., in pietra di gaitto, datate 15.000 anni, descritte nel paragrafo qui sopra.

FOTO: altri ciondoli in peietra gaietto, che riproducono in miniatura corpi femminili stilizzati, dal sito paleolitico di Petersfels, Germania, risalenti a 15.000 anni fa, descritte nel paragrafo qui sopra.

FOTO: aghi per cucire e spuntoni in osso dal sito paleolitico di Petersfels, valle del Danubio, Germania, datati 15.000 anni.

IL SITO PALEOLITICO DI GONNERSDORF

Le tracce dell’accampamento paleolitico di GONNERSDORF, in GERMANIA, sulle rive del fiume RENO, datato circa 14.000 anni, venne scoperto casualmente nel 1968, durante la costruzione di una cantina. Il Prof. GERHARD BOSINSKI dell’Università di Colonia è stato inizialmente incaricato alla soprintendenza. I ritrovamenti consistono in ABITAZIONI tipiche della tarda era glaciale, CAMINI, STATUETTE STILIZZATE FEMMINILI, PLACCHE DI ARDESIA INCISE, RONDELLE DI PIETRA PER FILATURA, LAMPADE di pietra, COLLANE di denti di animali e molti altri reperti interessanti.

Le Veneri stilizzate di Gonnersdorf

Ma ciò che più colpisce riguardo i ritrovamenti di Gonnersdorf sono senz’altro le figurine femminili, o VENERI STILIZZATE, alcune intagliate in osso, altre in avorio e corno, le cui dimensioni in lunghezza vanno dai 5,4 cm. a 8,7 cm. Le figure sono ridotte all’essenziale: una lunga sagoma con una protuberanza a rappresentare i glutei.Sempre a GONNERSDORF sono state trovate numerose INCISIONI SU ARDESIA di corpi femminili, alcune raffigurano anche il vestiario e una di esse sembra recare un fanciullo sulle spalle.

FOTO: 2 delle Veneri in osso estremamente stilizzate del sito paleolitico di Gonnersdorf, Germania, sponde del fiume Danubio, datate circa 14.000 anni. Altezza: 7 cm. Descritte nel paragrafo qui sopra.

FOTO: testa d’uccello in avorio di mammut, particolare all’estremità di un asta. Non ho potuto trovare informazioni circa le dimensioni reali del manufatto. Dal sito paleolitico di Gonnersdorf, Germania. Datazione: 14.000 anni.

LA DAMA DI SAINT GERMAIN DE LA RIVIERE

Sulle alture che circondano il villaggio di SAINT GERMAIN DE LA RIVIERE (dipartimento GIRONDA, regione NUOVA AQUITANIA, FRANCIA), si trova un sito del Paleolitico Superiore, datato circa 16.000 anni, di straordinario interesse: il deposito di PILLE BOURSE, scoperto nel 1929. Proprio davanti ad un rifugio roccioso, è emerso un ricco giacimento di strumenti, manufatti litici di diversa fattura e ossa di animali. Nel 1934 la sensazionale scoperta della SEPOLTURA di una donna, nella tradizionale POSIZIONE FETALE, con le mani stranamente recise. Dati gli onori con cui fu sepolta, si può dedurre che le mani fossro state recise prima della sepoltura a qualche scopo rituale, o magari conservate dai discendenti dopo un processo di mummificazione? Considerando la grande importanza simbolica rivestita dalle IMPRONTE DI MANI nell’arte parietale è possibile un collegamento emblematico con questa forma di linguaggio figurato. Il suo corpo era direzionato a est, ricoperto tradizionalmente di OCRA ROSSA; le braccia sollevate a livello del capo. La sepoltura era sovrastata da una specie di DOLMEN costituito da due grossi massi di pietra, e con un corredo funebre giudicato straordinariamente ricco, con COLLANE di DENTI DI VOLPE, CONCHIGLIE provenienti da località lontane, CANINI DI CERVO e molto altro. In virtù di questi numerosi monili composti anche da elementi provenienti da zone lontane, è stato insinuato che ciò possa suggerire una divisione in classi della società paleolitica: ipotesi del tutto assurda, fondamentalmente ideologica e fuorviante dettata dall’indirizzo accademico ancora dominante volto a denigrare il naturale sistema sociale egualitario delle comunità primordiali, per ovvie ragioni che non è il caso di descrivere in questa sede. Ad un’analisi ragionevole sorge spontaneo collegare il ricco corredo della DAMA DI SANIT GERMAIN ad una particolare considerazione di cui la persona inumata godeva presso una comunità altamente progredita a livello tecnico, artistico e culturale, presso la quale non esistevano onori immeritati.

FOTO: scheletro della Dama di Saint Germain de la Riviere, inumata nella tradizionale posizione fetale, datata 16.000 anni. Descritta nel capitolo qui sopra.

FOTO: collana di denti di renna dalla sepoltura della Dama di Saint Germain de la Riviere, datata 16.000 anni.

FOTO: ricci di mare fossili che formavano monili dalla sepoltura della Dama di Saint Germain, datata 16.000 anni.

I 6 RIPARI SOTTO ROCCIA NELLA VALLE DI CASTEL MERLE, COMPRESO L’ABRI BLANCHARD

L’ABRI BLANCHARD è uno dei 6 RIFUGI ROCCIOSI nei pressi del comune di SERGEAC, nella valle di CASTEL MERLE, dipartimento DORDOGNA, FRANCIA. E’ inserito nel consistente patrimonio di siti paleolitici della VALLLE DEL FIUME VEZERE.

I suddetti RIFUGI comprendono il RIFUGIO REVERDIT, esplorato per la prima volta da ALAIN REVERDIT nel 1875, con tracce risalenti all’epoca MAGDALENIANA: un CAVALLO e un BISONTE scolpiti sulla volta rocciosa.

Il RIFUGIO ROC DE L’ACIER, che comprende reperti risalenti ad un periodo da 20.000 a 35.000 anni fa.

RIFUGIO LABATTUT: esplorato per la prima volta nel 1912-1913, con pitture parietali a soggetto faunistico e una grande incisione raffigurante un cavallo, risalente a 20.000 anni fa.

RIFUGIO LA SOQUETTE: largo 16 metri, profondo 5 m., esplorato per la prima volta agli inizi del XX secolo, mostra reperti datati da 35.000 a 20.000 anni fa, come collane d’avorio, osso e denti di animali e una roccia con l’incisione di un bisonte.

RIFUGIO BLANCHARD: questo rifugio, con tracce di occupazione risalente a 30.000 anni fa, è famoso per la rappresentazione di un CALENDARIO LUNARE inciso su un corno di renna; il manufatto intero è lungo circa 10 cm., e riporta lo schema delle fasi lunari mediante l’ampliamento e il restringimento delle piccole incisioni, corrispondenti perfettamente all’osservazione del percorso annuale del satellite. Questo manufatto è stato esaminato e interpretato dallo studioso indipendente statunitense ALEXANDER MARSHACK (1918-2004) In più, presso questo rifugio, vi sono state scoperte le molte incisioni di VULVA su pietra, collane di conchiglie e perle tipiche della costa mediterranea. Interessante la scultura di un FALLO ricavato da CORNO DI BISONTE lungo 25 cm.

RIFUGIO CASTANET: infine il RIFUGIO CASTANET, presso il quale indagini più approfondite sono state intraprese dallo studioso WHITE RANDALL nel 2012, portando alla luce almeno 150.000 reperti manufatti, spesso di dimensioni minute. Vi sono state scoperte molte incisioni di VULVA e immagini FALLIFORMI.

FOTO: il calendario lunare dal rifugio paleolitico di Abri Blanchard, Valle di Castel Merle, Dordogna, Francia, risalente a 30.000 anni fa, inciso su corno di renna, descritto nel paragrafo qui sopra.

FOTO: ricostruzione delle fasi lunari descritte sulla piastra in corno di renna dal rifugio di Abri Blanchard, Dordogna, Francia, risalente a 30.000 anni fa., descritta nel paragrafo qui sopra.

FOTO: manufatto falliforme dal rifugio paleolitico di Abri Blanchard, modellato in corno di bisonte, lungo 25 cm., datato 30.000 anni.


IL RIFUGIO DI FORNEAU DU DIABLE

FORNEAU DU DIABLE è un costone di roccia sporgente ai piedi del quale sono stati effettuati ritrovamenti paleolitici compresi fra i 18.000 e i 16.000 anni fa. Si trova lungo le sponde del fiume DRONNE, regione NUOVA AQUITANIA, FRANCIA. Il sito è stato esplorato inizialmente dal 1864, ad opera del Marchese PAUL DE VIBRAYE, in seguito, da 1919 al 1924, dallo studioso di Preistoria francese DENIS PEYRONY (1869-1954). Sul versante roccioso, sepolto dalla ghiaia, venne scoperto un blocco di roccia sul quale sono stati scolpiti dei bassorilievi, raffiguranti due BOVIDI (BOS PRIMIGENIUS) e altre figure non ben definite; i corpi degli animali misurano circa 50 cm. in lunghezza. Vi sono inoltre stati scoperti molti ATTREZZI di selce, DENTI di animali decorati e usati come pendenti, CIOTTOLI INCISI con figure animali, un FALLO modellato in corna di cervo, un TAPPO PER OTRE di pelle in avorio di mammuth. I BASSORILIEVI sono in stile naturalistico, e i corpi molto ben proporzionati. La piccola GROTTA che si apre sulla parete rocciosa è certamente un luogo molto comodo, e avrà fornito un buon riparo ai cacciatori e al loro seguito. Il fiume era costeggiato da boschi che potevano rifornire legname da ardere e altre risorse.

FOTO: lo scenario che circonda il rifugio di Forneau du Diable, Nuova Aquitania, Francia, in cui sono stati scoperti reperti risalenti a 18.000-16.000 anni fa, descritto nel paragrafo qui sopra.

FOTO: particolare del fregio di bassorilievo del rifugio di Forneau du Diable, Dordogna, Francia, risalenti a 16.000 anni fa. La lunghezza di un singolo animale raggiunge i 50 cm. circa.

FOTO: I membri della Società Archeologica Francese nel 1924 accanto al blocco di pietra calcarea su cui compaiono figure di bisonti in bassorilievo datate 18.000 anni, dal Rifugio sotto roccia di Forneau du Diable, Dordogna, Francia. Il secondo a sinistra è lo scopritore Denis Peyrony.

IL RIFUGIO DI CAP BLANC

CAP BLANC è un riparo naturale sotto roccia situato nel dipartimento DORDOGNA, lungo le sponde del fiume BENUE, PIRENEI ATLANTICI, FRANCIA. A partire dal 1912 vennero effettuate straordinarie scoperte riguardanti il Paleolitico Superiore, risalenti a circa 16.000 anni fa: un grande FREGIO FAUNISTICO raffigurante CAVALLI, e la SEPOLTURA di una giovane DONNA, il cui scheletro è fra i meglio conservati di quell’epoca.

I bassorilievi del rifugio roccioso di Cap Blanc

Lungo questo costone di roccia calcarea si estende un monumentale FREGIO con raffigurazioni animali che raggiungono in alcuni casi la lunghezza di 2 metri. Sono datati almeno 15.000 anni e raffigurano splendidi esemplari di CAVALLI, BISONTI e RENNE. Nel 1909 un medico di BORDEAUX, GASTON LALANNE, assunse residenti locali per eseguire gli scavi presso il rifugio di CAP BLANC, che dista appena 6 Km. da un altro importante sito paleolitico: LES EYZIES DE TAYAC.

FOTO: i fregi monumentali a bassorilievo del rifugio paleolitico di Cap Blanc, Dordogna, Francia, risalenti a 16.000 anni fa. I corpi degli animali possono raggiungere i 2 metri di lunghezza.

La donna magdaleniana della sepoltura di Cap Blanc

Lo scheletro scoperto di una giovane donna è stato scoperto nel 1911 ai piedi del rifugio roccioso di CAP BLANC (descritto sopra): è stato deposto nella tradizionale posizione fetale, la testa sempre rivolta a est. Non vi è stata trovata una gran profusione di monili, solo un COPRICAPO DI CONCHIGLIE e una COLLANA. E’ stata compiuta una ricostruzione virtuale del volto in base alle misurazioni del cranio, dagli zigomi pronunciati e complessivamente largo. Dagli esami effettuati sui reperti è stato dedotto che fosse morta a circa 24 anni. Lo scheletro fu venduto nel 1926 al Field Museum di Chicago. Datazione: 15.000 anni.

FOTO: ricostruzione forense del volto della donna sepolta presso il riparo sotto roccia di Cap Blanc, Drodogna, Francia, con il tradizionale copricapo di conchiglie del Paleolitico Superiore. Datata 15.000 anni. Descritta nel paragrafo qui sopra.



I RIFUGI ROCCIOSI DI LAUGERIE HAUTE E LAUGERIE BASSE

I rifugi rocciosi di LAUGERIE HAUTE e LAUGERIE BASSE si trovano nel contesto paleolitico di LES EYZIES DE TAYAC, dipartimento DORDOGNA, PIRENEI FRANCESI. Consistono in enormi pareti di calcare che terminano a 15 metri dal livello del fiume VEZERE. La scogliera durante i millenni crollò in parte a causa dei movimenti tellutrici, e i giganteschi blocchi di calcare bloccarono l’accesso ai rifugi, che furono frequentati lungo un arco di tempo di circa 25.000 anni (da 37.000 a 10.000 anni fa). Ciò ha permesso la conservazione dei numerosi artefatti, almeno 600, che sono stati scoperti in questo luogo. La parete rocciosa è lunga 50 metri e alta 60; ospita due rifugi: ABRI DE MARSEILLE e ABRI CLASSIQUE, che furono per la prima volta scavati nel 1863 dal paleontologo EDOUARD LARTET (1801-1871). Vennero alla luce 600 MANUFATTI ARTISTICI in osso, corna, STRUMENTI DI SELCE, INCISIONI PARIETALI, resti di ABITAZIONI.

LAUGERIE HAUTE: la parete rocciosa è lunga 200 metri ed è uno dei più grandi ripari preistorici della VALLE DEL VEZERE. Vi sono stati scoperti due scheletri umani e numerosi oggetti in OSSO, PIETRA, INCISIONI e SCULTURE.

FOTO: lo scenario del rifugio di Laugerie Haute, Dordogna, Francia, Val Vezere, in cui sono stati scoperti reperti risalenti da 37.000 a 10.000 anni fa, descritta nel paragrafo qui sopra.

LAUGERIE BASSE: la sua paret rocciosa è lunga 50 metri e alta 15. Vi sono state scoperte INCISIONI, OGGETTI IN CORNO DI RENNA, STRUMENTI DI SELCE, resti di ABITAZIONI, la SEPOLTURA di un UOMO che descriveremo qui di seguito, la famosa STATUETTA FEMMINILE descritta di seguito.

FOTO: lo scenario che circonda il riparo roccioso di Laugerie Basse, Dordogna, Val Vezere, Francia, in cui sono stati scoperti reperti risalenti da 37.000 a 10.000 anni fa.

I ritrovamenti più importanti di Laugerie Haute e Laugerie Basse

1: fra i ritrovamenti più importanti vi è la SEPOLTURA di un UOMO (LAUGERIE BASSE), risalente a circa 20.000 anni fa, il cui scheletro si trovava nella tradizionale posizione fetale, con la testa verso Est, ricoperto di OCRA ROSSA, e inumato con ornamenti di conchiglie.

FOTO: ricostruzione della sepoltura dell’uomo dal rifugio di Laugerie Basse descritta nel paragrafo qui sopra.

2: la cosiddetta VENERE IMPUDICA, dal rifugio di LAUGERIE BASSE, è una STATUETTA FEMMINILE dalle fattezze insolite, diremmo piuttosto androgine, priva di testa, braccia piedi e seni, ma chiaramente femminile per la profonda incisione che segna l’apparato genitale. E’ in avorio di mammuth, alta 8 cm. Dall’assenza delle tradizionali forme abbondanti caratteristiche delle statuette femminili paleolitiche, si può dedurre che ritragga un adolescente. E’ stata scoperta nel 1864 dal Marchese PAUL DE VIBRAYE.

FOTO: la cosiddetta “Venere impudica” del rifugio di Laugerie Basse, esposta al Musèe de l’Homme, Parigi. Alta 8 cm., risalente a circa 17.000 anni fa. Avorio di mammut, descritta nel paragrafo qui sopra.

FOTO: prospettive della “Venere impudica” del rifugio di Laugerie Basse, alta 8 cm., risalente a circa 17.000 anni fa. Avorio di mammut, descritta nel paragrafo qui sopra.

Nel contesto di LAUGERIE BASSE sono venuti alla luce numerosi capolavori in osso e avorio raffiguranti ANIMALI modellati alle estremità di PROPULSORI per le lance, o STATUETTE ANIMALI singole, come quella di un presunto ERMELLINO che si alza in piedi in corno di renna (non sono riuscita ad ottenere informazioni circa le dimensioni di questo oggetto); un LUCCIO sempre modellato in corno di renna; un RADDRIZZATORE PER LE LANCE su cui sono state modellate due teste di BISONTE; e poi RENNE, CAVALLI, STAMBECCHI, FIGURE UMANE TERIOMORFE, DAINI, FELINI, PESCI, e la celebre RONDELLA IN OSSO ANIMATA con foro centrale, dal diametro di 3,1 cm, su cui vi è incisa la figura di un erbivoro che da un lato porta le zampe sollevate, dall’altro lato stese, in modo che, facendola roteare tramite l’attorcigliamento del filo, si ottiene un’immagine animata.

FOTO: statuetta che probabilmente raffigura un ermellino ritto in piedi, o un animale simile, da Laugerie Basse, in corno di renna. Non ho trovato informazioni circa le dimensioni dell’oggetto. Datazione: circa 17.000 anni.

FOTO: scultura in pietra calcarea raffigurante testa di buoe muschiato; larghezza 17 cm. Datazione: 18.000 anni. Dal rifugio di Laugerie Haute, Dordogna, Val Vezere, Francia.

Nel contesto della LAUGERIE HAUTE sono stati trovati tre SCHELETRI, probabili sepolture intenzionali, datati all’epoca MESOLITICA. Vi è inoltre da notare la straordinaria SCULTURA raffigurante un BUE MUSCHIATO scoperta da DENIS PEYRONY nel 1925, con le riconoscibili corna rivolte verso il basso, e i TAPPI PER OTRI in avorio di mammuth, muniti di avvitamento, rinvenuti in molti altri siti paleolitici nell’area di PIRENEI. TAPPI D’AVORIO PER OTRI D’ACQUA sono stati scoperti anche a BRASSEMPOUY, FORNEAU DU DIABLE, LAUGERIE BASSE.

LA GROTTA DEL PAPA E LE STATUETTE ANTROPOMORFE, COMPRESA LA DAMA DI BRASSEMPOUY

La GROTTA DEL PAPA si trova nei pressi del comune di BRASSEMPOUY, nel sud-ovest della FRANCIA, lungo le sponde del fiume LUY DE FRANCE. Ha una lunghezza di 50 metri ed è inclusa nella serie di tunnel carsici costituiti da altre 4 gallerie, rispettivamente: LA GALLERIA DEI MEGALOCERI, LA GROTTA DELLA IENA, IL RIFUGIO DUBALEN. La GROTTA DEL PAPA fu esplorata inizialmente dall’archeologo PIERRE EUDOXE DUBALE, nel 1881, e nel decennio successivo se ne occupò il paleontologo EDOUARD PIETTE (1827-1906), colui che scoprì la famosa DAMA DI BRASSEMPOUY, il piccolo ritratto in avorio di cui tratteremo in seguito. Oltre a questa più famosa, sono state scoperte altre due statuette altrettanto straordinarie, purtroppo anch’esse frammentarie; in più altri reperti frammentari di fugurine femminili. I reperti scoperti nella grotta appartengono al Paleolitico Superiore, e sono datati da 25.000 a 29.000 anni fa.

La Dama dal cappuccio di Brassempouy

Si potrebbe scrivere un intero saggio soltanto con la descrizione e le teorie scaturite dal fascino ancestrale di questo ritratto: un vero e proprio omaggio a quella che sembra essere stata una persona reale, immortalata (o fatta immortalare) da un ammiratore o innamorato. La testa è, purtroppo, l’unico elemento sopravvissuto di una figura femminile intera, che si deduce sia stata un vero capolavoro: il collo è lungo e aggraziato, il volto indica una ragazza giovane, dai tratti nobili, con occhi affusolati, lineamenti delicati, priva di bocca, e una capigliatura (o un copricapo) che sembra un’istantanea della moda del tempo, anzi, ricorda addirittura le parrucche degli antichi Egizi. L’intero volto riecheggia le caratteristiche fisiognomiche delle statue gotiche medievali. Questa testina misura 3,6 cm., un vero capolavoro di miniatura. Scoperta nel 1862, è datata 25.000 anni e modellata in avorio di mammuth.

FOTO: la “Dama dal cappuccio” dalla Grotta del Papa, presso Brassempouy (Francia), risalente a 25.000 anni fa. Avorio di mammut; altezza: 3,6 cm. Descritta nel paragrafo qui sopra.

Le altre statuette maschili di Brassempouy

I statuetta:

Meritano altrettanta attenzione altre 2 statuette davvero uniche, frammentarie, venute alla luce presso la GROTTA DEL PAPA a BRASSEMPOUY: sempre in avorio di mammuth, la prima STATUETTA ritrae un corpo MASCHILE (sfatando la convinzione che le raffigurazioni maschili dell’epoca venissero modellate sempre con trascuratezza), e dimostra un livello artistico altamente evoluto e raffinato, che nulla ha da invidiare alle civiltà storiche: il frammento è alto 6,8 cm. (la statuetta intera avrebbe raggiunto i 10 cm. almeno); la parte anteriore ricorda le sculture delle civiltà arcaiche: le gambe sono affusolate, prive di estremità, terminano a punta come nelle statuette femminili steatopigie; i fianchi sono armoniosi e ben modellati, anatomicamente impeccabili; i genitali ben proporzionati; a livello delle costole reca quella che sembrerebbe una pesante cintura. La parte posteriore è modellata nello stesso stile della VENERE DI DOLNI VESTONICE: un grande solco percorre la spina dorsale; i glutei sono appena accennati e le gambe si estendono a fuso. Datazione: 25.000 anni.

FOTO: la I statuetta maschile di Brassempouy descritta nel paragrafo qui sopra; altezza del frammento: 6,8 cm.; avorio di mammut, datata 25.000 anni.

II statuetta

Si tratta del frammento di una statuetta, da Brassempouy, della quale sono rimasti gli arti inferiori, in avorio di mammut, alto circa 7 cm. Le forme anatomiche sono rese in stile naturalistico con ginocchia leggermente flesse, piedi grossi appena abbozzati, genitali maschili evidenti. Datazione: 25.000 anni.

FOTO: un altro frammento di statuetta maschile da Brassempouy, descritto nel paragrafo qui sopra. Avorio di mammut. Altezza: 7 cm. Datazione: 25.000 anni.

Seguono, riguardo la GROTTA DEL PAPA nei pressi di BRASSEMPOUY, altri frammenti di statuette femminili, in avorio di mammuth, datati allo stesso periodo.


LA GROTTA PALEOLITICA DI LA MOUTHE

La GROTTA DI LA MOUTHE è situata nei pressi del comune francese di LES EYZIES DE TAYAC (nel dipartimento che prende il nome dal fiume DORDOGNA, Regione NUOVA AQUITANIA), ed è una delle prime grotte paleolitiche scoperte nel corso del XIX secolo, precisamente nel 1895, quando lo studioso di Preistoria francese EMILE RIVIERE (1835-1922) fece aprire un varco lungo un tunnel di 100 metri alla fine del quale si trovano le pareti decorate con almeno 200 raffigurazioni tra INCISIONI e PITTURE, che comprendono BISONTI, RENNE, LEONI, LUPI, CAVALLI, STAMBECCHI, un BUE MUSCHIATO, un RINOCERONTE EUROPEO, due IMPRONTE DI MANI. I suoi reperti e le sue pitture parietali sono inserite in un arco di tempo che spazia da 25.000 a 15.000 anni fa circa.

La “capanna” di La Mouthe

L’enigmatica raffigurazione di quella che si pensa sia una CAPANNA, dipinta su un’esteso pannello di roccia e grande 5 m. x 4., rettangolare, disegnata a carboncino e ocra rossa, colpisce per il suo misterioso significato. Il fatto che questa struttura non abbia un vertice, ma si estenda come una tettoia rettangolare, lascia dei dubbi sul fatto che si tratti di un’abitazione; si trova su uno spazio ricco di molte altre rappresentazioni, anche se questa insolita immagine colpisce in modo particolare.

FOTO: la cosiddetta “capanna” della caverna di La Mouthe, risalente a circa 20.000 anni fa, descritta nel paragrafo qui sopra.

La lampada di La Mouthe

Nel 1899, accanto alla zona di un focolare, fu scoperta una LAMPADA in arenaria rossa simile a quella rinvenuta nella caverna di LASCAUX. Sul lato inferiore la LAMPADA è incisa con la figura di uno STAMBECCO; nella parte concava gli scienziati hanno rilevato tracce di materiale bruciato, che si è rivelato essere grasso animale. Non si tratta di una LAMPADA rozzamente abbozzata, come molte altre, ma dell’opera di un artigiano altamente specializzato, dalla superficie perfettamente liscia, simmetrica, con una cavità perfettamente sferica ed accuratamente raschiata. Misura 10,6 cm. di diametro e la sua lunghezza totale è di 17 cm. E’ datata al Paleolitico finale, circa 14.000 anni.

FOTO: la lampada in arenaria della caverna di La Mouthe descritta nel paragrafo qui sopra. Datata circa 14.000 anni.

LA CAVERNA DELLE ARENE CANDIDE E LA TOMBA DEL GIOVANE PRINCIPE

Generalità

Sulle pareti rocciose affacciate sul mare delle falesie che formano il promontorio di CAPRAZOPPA (Comune di FINALE LIGURE, SAVONA, LIGURIA), a 90 metri di altitudine si aprono i 3 cunicoli che conducono al grande spiazzo della CAVERNA DELLE ARENE CANDIDE. I primi scavi intrapresi presso questo sito risalgono al 1864, dopo che il paleontologo ARTURO ISSEL (1842-1922) vi fece visita e capì l’importanza del luogo. Dopo molti decenni dalle prime indagini, l’archeologo LUIGI BERNABO’ BREA (1910-1999), negli anni fra il 1940 e il 1950 avviò una campagna di scavo che portò alla luce diverse stratificazioni del terreno che hanno conservato reperti dal Paleolitico Superiore al Medioevo. Il luogo ben asciutto ha permesso il mantenimento di importanti reperti antichi di almeno 30.000 anni. Le 19 SEPOLTURE paleolitiche sono comprese in un arco di tempo di 500 anni, durante il quale la grotta divenne NECROPOLI della comunità. Quando la caverna fu occupata dalle popolazioni paleolitiche, durante l’Era Glaciale, il livello del mare era 100 metri più basso di quant’è oggi, e il sito si trovava a qualche chilometro dalla spiaggia. Un’alta e bianca duna di sabbia (quarzo) era un tempo addossata alla parete rocciosa, da ciò al luogo è stato attribuito il nome di “ARENE CANDIDE”. La duna decine di migliaia di anni fa avrebbe potuto facilitare l’accesso alla grotta, che può essere raggiunta solo dall’alto, mediante una scalata che raggiunga le strette aperture. Dal 1972 fino al 1977 altre esplorazioni furono guidate dal Prof.SANTO TINE’ (1927-1910) il più importante studioso di Preistoria italiano. Nella grotta sono stati rinvenuti anche molti reperti del NEOLITICO. Sono venuti alla luce complessivamente almeno 20 individui sepolti, attribuibili all’epoca paleolitica. Per quel che riguarda il NEOLITICO l’occupazione non fu molto intensa, forse un semplice passaggio stagionale. In epoca paleolitica gli sciamani devono aver intuito delle speciali forze presenti in questo luogo, che la gente era disposta a raggiungere percorrendo interi territori per farvi riposare i  defunti.

FOTO: il promontorio roccioso di Arene Candide, Finale Ligure (Italia), che ospita la caverna-sepolcro del Paleolitico Superiore.

FOTO: un’antica fotografia del promontorio di Arene Candide (Liguria, Italia) quando vi era addossata la grande duna di quarzite bianca.

 Il Giovane Principe delle Arene Candide

19 SEPOLTURE attribuite all’era paleolitica sono venute alla luce presso la caverna delle ARENE CANDIDE; alcuni scheletri sono ricoperti da monili di conchiglie che probabilmente erano cuciti sugli abiti, ma la tomba di colui che è stato identificato come un ragazzo di circa 16 anni è particolarmente ricca di monili e accessori, ed è stato perciò soprannominato “il Giovane Principe”. I resti di questo cacciatore adolescente risalgono ad almeno 28.000 anni fa e dallo studio sullo scheletro si deduce sia morto in seguito ad un incidente. E’ stato rinvenuto in uno strato molto profondo del terreno, a 6,70 metri di profondità. E’ alto 1 metro e 70 cm.; l’ossatura indica un corpo robusto e una muscolatura allenata. L’analisi delle ossa ha rilevato una dieta a base di molluschi, pesce e selvaggina. La mandibola fratturata e indizi di lesioni alla spalla sinistra indicano che potrebbe essere stato ucciso da qualche animale, forse un orso o un grosso felino. Dallo stile del CORREDO viene attribuito alla cultura GRAVETTIANA, che si estendeva nel Paleolitico Superiore dall’EUROPA alla SIBERIA, unendo il continente eurasiatico. Inoltre, il giovane CACCIATORE giace disteso, non nella tradizione posizione fetale delle tombe del Paleolitico Superiore; allo stesso modo lo SCIAMANO DI BRNO e altri individui dal corredo particolarmente ricco: forse questa diversa modalità veniva adottata per distinguere individui di singolare merito presso la comunità? Mentre, invece, la postura fetale era destinata alle persone comuni? Il suo corpo è stato ricoperto da un consistente strato di OCRA ROSSA, come voleva la tradizione della cultura gravettiana dalla SIBERIA alla PENISOLA IBERICA. Sulla testa reca il tradizionale COPRICAPO DI CONCHIGLIE (che erano verosimilmente cucite su un supporto di pelle), anch’esso presente in tutto il continente eurasiatico; nella mano destra stringe ancora il PUGNALE DI SELCE da cacciatore; 4 cosiddetti BASTONI DI COMANDO traforati in osso giacciono accanto alle sue spalle; resti di COLLANE e altri monili sono sparsi sullo scheletro. Il materiale con cui furono creati questi manufatti provengono da zone anche lontanissime, come la lama di SELCE, ad esempio, fatta di un materiale che si trovava ad almeno 300 km. di distanza; i cosiddetti BASTONI DI COMANDO (dal valore simbolico e sciamanico) sono realizzati con il palco di un alce e forati nella parte superiore: oggetti cultuali unici e comuni a tutte le regioni eurasiatiche di allora. Vi sono poi i CIOTTOLI OBLUNGHI deliberatamente spezzati, provenienti dal MARE MEDITERRANEO e imbrattati di OCRA ROSSA, forse usati per tratteggiare e disegnare simbolicamente sul corpo del defunto.

FOTO: immagine complessiva della sepoltura del “Giovane Principe” della caverna delle Arene Candide, descritta nel paragrafo qui sopra. Datazione: 28.000 anni.

FOTO: scheletro del “Giovane Principe” della caverna delle Arene Candide (Liguria, Italia), in cui si notano i particolari degli ornamenti e il tradizionale copricapo di conchiglie, in uso durante tutto il Paleolitico Superiore. Nella mano stringe ancora il coltello di selce. Datazione: 28.000 anni. Descritto nel paragrafo qui sopra.

FOTO: teschio del “Giovane Principe” della caverna delle Arene Candide (Liguria, Italia), descritto nel paragrafo qui sopra. Datazione: 28.000 anni.

FOTO: un altro scheletro, malridotto, dalla caverna delle Arene Candide (Liguria, Italia), su cui si vedono lunghe filature di ornamenti, probabilmente costituiti da ossa di uccello, lungo il torace. Datazione: 28.000 anni.

FOTO: la ricostruzione forense, esposta al museo di Finale Ligure, del Giovane Principe della caverna delle Arene Candide (Liguria -Italia)


LA SEPOLTURA DELLA CAVERNA DI PAVILAND

Quella che inizialmente fu denominata RED LADY, in realtà si rivelò essere lo scheletro frammentario di un uomo vissuto 35.000 anni fa, e sepolto nella GROTTA DI PAVILAND: una piccola cavità nelle imponenti rupi calcaree della penisola di GOWER, nel GALLES. Ora questo luogo si affaccia sul mare, ma nell’ERA GLACIALE le sponde erano probabilmente più distanti di quanto lo siano ora. La scoperta fu merito del geologo e paleontologo WILLIAM BUCKLAND (1784-1856) durante uno scavo archeologico mirato. Inizialmente si pensò che i resti appartenessero ad una donna d’epoca romana, da qui il nome che le venne attribuito. Lo scheletro era tradizionalmente ricoperto di OCRA ROSSA, e accanto ad esso furono scoperti resti di MONILI e manufatti d’avorio, COLLANE DI CONCHIGLIE. Solo nel 1912, confrontando i reperti con altre scoperte effettuate in tutta EUROPA, si collocò la cosiddetta RED LADY all’epoca preistorica; in seguito, negli anni ’60, i primi esami al RADIOCARBONIO poterono determinare l’età ancestrale dei frammenti ossei, ma l’imprecisione dei mezzi d’allora la posero a 26.000 anni, mentre ulteriori analisi effettuate nel 2009 hanno permesso di retrodatarla a 35.000 anni fa.

FOTO: i pochi resti ossei dell’uomo della grotta di Paviland (Galles, Regno Unito), datati 35.000 anni, esposti al Museo di Oxford.

FOTO: quest’opera ricostruisce la scena delle esequie dell’uomo della grotta di Paviland (Galles, Regno Unito), ma purtroppo non vi è traccia dell’autore, nonostante io abbia fatto molte ricerche sul Web.

CAVERNA DI PARABITA

La GROTTA DI PARABITA è un insediamento rupestre situato presso il comune di PARABITA, in provincia di LECCE, PUGLIA, ITALIA. E’ costituita da due cavità che si aprono in mezzo ad uno splendido scenario di prati e colline pietrose. All’interno dei suoi cunicoli sono state effettuate scoperte straordinarie: 2 famose STATUETTE FEMMINILI intagliate in osso di cavallo, risalenti almeno a 15.000 anni fa; 2 SCHELETRI detti “GLI AMANTI” risalenti a 27.000 anni fa, oltre a 18.000 REPERTI archeologici relativi a svariate epoche, dal Paleolitico più antico attribuibile all’UOMO DI NEANDERTHAL, e perciò appartenenti ad almeno 70.000 anni fa, al Paleolitico Medio, fino al Neolitico e all’Età del Bronzo. La parte più esterna della grotta era adibita a riparo e vi si svolgeva la quotidianità, la parte più interna si divide in altri due cunicoli che si diramano verso est e verso ovest.

FOTO: il paesaggio che circonda la Grotta di Parabita (Puglia, Italia), dscritta qui sopra, frequentata da popolazioni umane per decine di migliaia di anni.

Le Veneri di Parabita

La scoperta delle STATUETTE, dette VENERI DI PARABITA, è stata opera del Prof.GIUSEPPE PISCOPO ed è avvenuta nel 1965. Sono state modellate in osso di cavallo. La STATUETTA più alta misura 9 cm., l’altra 6,1 cm. e si inseriscono nell’ambito della grande CULTURA PALEOLITICA EURASIATICA, che si distingue, fra le altre cose, per la tradizionale produzione di statuette femminili, che si estendeva dalla SIBERIA alla PENISOLA IBERICA, dal NORD EUROPA alle sponde del MEDITERRANEO. La più grande delle 2 STATUETTE è senz’altro una delle più misteriose immagini conosciute nell’arte paleolitica: sul volto sembra indossare una maschera, o comunque qualcosa che la rende inaccessibile ai profani; la testa non è resa nella tradizionale postura insettiforme, tipica della statuaria paleolitica, ma è ben ritta sulle spalle; due leggere fossette sembrano delineare gli occhi come se stesse guardando lontano; le gambe sono unite, affusolate e nello stile detto “steatopigio”; le braccia sono lunghe e si estendono fino ad icorniciare interamente il ventre; i seni sono ben proporzionati, dalla forma naturalistica, così come l’intero corpo della donna, che parrebbe incinta; la parte posteriore è molto curata nei particolari, con i glutei separati e delle forme armoniose. La SECONDA STATUETTA è alta 6,1 cm., e ricorda le VENERI paleolitiche asciutte e piuttosto stilizzate di MALTA BURET, in SIBERIA: la testa è resa con un semplice abbozzo, i seni sono grossi, ma non si elevano a tutto tondo, rimanendo accorpati al supporto; due grandissime mani (particolare originale) si estendono abbracciando il ventre; al posto delle gambe la figura termina in una forma affusolata. E’ possibile che queste statuette abbiano avuto la funzione di amuleti e siano state indossate come ciondoli.

FOTO: la più grande delle 2 statuette femminili della Grotta di Parabita (Puglia, Italia); è alta 9 cm., in osso di cavallo. Datazione: 15.000 anni.

FOTO: la seconda Venere della Grotta di Parabita, descritta nel paragrafo qui sopra. Alta 6,1 cm. Datata 15.000 anni.

Gli scheletri detti “Amanti” della grotta di Parabita

Nel 1965 sono stati scoperti due SCHELETRI datati 27.000 anni, di un uomo e una donna: l’uomo è sdraiato in posizione supina, la donna, che indossa una collana di denti di cavallo, leggermente accavallata accanto a lui, che a sua volta è circondato da oggetti di uso quotidiano. Il particolare inquietante riguardo questi SCHELETRI è che sono SENZA TESTA. Gli esami delle ossa hanno rivelato trattarsi di due individui giovanissimi, affetti da artrosi, sepolti all’ingresso della GROTTA DI PARABITA. Purtroppo è impossibile trovare documenti fotografici riguardanti questi SCHELETRI, che sono stati denominati PARABITA 1 e PARABITA 2, e trasferiti al Museo di Pisa.

GROTTA DEL ROMITO

La GROTTA DEL ROMITO (così denominata per essere stata rifugio di mistici eremiti durante il Medioevo) è uno dei più importanti siti archeologici relativi al Paleolitico Superiore dell’area meridionale. Scoperta nel 1961, è situata nel territorio del comune di PAPASIDERO, in provincia di COSENZA, CALABRIA (ITALIA). E’ inserita nel contesto del PARCO NAZIONALE DEL POLLINO, che si estende lungo l’APPENNINO MERIDIONALE CALABRO-LUCANO, dal MAR TIRRENO allo IONIO. Immersa in un incantevole scenario ai piedi del MONTE CIAGOLA, nella valle del fiume LAO. La grotta è profonda 34 metri; la stratigrafia esposta dalle indagini di scavo raggiunge la profondità di 8 metri, portando alla luce reperti che coprono un arco temporale da 25.000 a 10.000 anni fa. A partire dalle prime indagini, negli anni ’60, sono state rinvenute 9 SEPOLTURE, risalenti ad almeno 12.000 anni fa. Nel sito ufficiale della grotta (http://www.papasidero.info/la-grotta-del-romito/) la più antica testimonianza del Paleolitico Superiore è datata 16.800 anni a.C. (dunque 18.800 anni). Gli esami approfonditi sui reperti ossei dei cacciatori inumati in questa necropoli preistorica, rivelano una dieta soprattutto a base di selvaggina, come stambecchi, caprioli, daini , bovidi. Gli SCHELETRI ritrovati appartengono a individui di razza CRO-MAGNON. All’esterno della grotta, su un masso largo 2 metri e 30 cm., vi è incisa la figura di un BOS PRIMIGENIUS (o Uro: un bovide estinto che a quel tempo popolava le praterie europee) lunga 1 metro e 20 cm., risalente a circa 16.000 anni fa e resa in modo assolutamente preciso e naturalistico, nello stile dell’arte rupestre del Paleolitico europeo. Nello stesso sito, a livello delle stratificazioni superiori, sono stati rinvenuti anche numerosi reperti neolitici.

FOTO: incisione che raffigura l’estinto Bos Primigenius (Uro) che popolava le praterie europee nel Paleolitico Superiore. Il corpo è lungo 1 metro e 20 cm., inciso su un grande masso di calcare all’ingresso della caverna. Datato 16.000 anni. Descritto nel capitolo qui sopra.

Conclusione

I siti archeologici del Paleolitico Superiore, trattati in questo saggio, attestano l’universalità e l’efficienza di una cultura vincolata ad una struttura sociale diametralmente opposta e antecedente al declino verificatosi in epoche successive (che videro la nascita di categorie sociali e privilegi ereditari), connessa alla fondamentale natura collaborativa dell’umanità e che proprio per questo si è potuta perpetuare per decine di migliaia di anni. L’uomo del Paleolitico Superiore concepiva un Universo vivo, nel quale ogni fenomeno comunicava qualcosa alla sua anima e nulla vi era di trascurabile o da considerare con criteri esclusivamente opportunistici; aveva dunque un approccio appagante, sano ed equilibrato con la realtà, orientato alla pienezza esistenziale, diamentralmente opposto all’aridità della nostra visione limitata e meccanicistica. Nell’ambito di questa nostra cultura ancestrale si è prodotta la scintilla evolutiva, si sono posti i fondamenti della spiritualità, i canoni dell’arte, i presupposti del progresso e di tutti gli elementi che ci rendono pienamente umani. Per comprendere a fondo queste espressioni, dobbiamo oltrepassare la nostra attuale e fuorviante concezione del mondo, rendendo effettivi e vitali i messaggi dell’antica conoscenza che emergono dalle indagini archeologiche, riconnettendoci a quell’energia e a quell’essenza primordiale che nei millenni si è affievolita in noi, ma che, nonostante tutto, non si potrà mai spegnere.

Alessia Birri, 4 gennaio 2020

Continua con “LE CAVERNE PALEOLITICHE D’EUROPA” in questo stesso blog:
https://alessia-birri.blogspot.com/2019/11/le-caverne-paleolitiche-deuropa.html

SITI DESCRITTI IN QUESTO SAGGIO:

DENISOVA, DMANISI, MALTA BURET, AFONTOVA GORA, AVDEEVO, KOSTENKI, SUNGIR, GAGARINO, PREDMOSTI, BRNO, PAVLOV, DOLNI VESTONICE, ZARAYSK, MEZIN, PETERSFELS, GONNERSDORF, DAME DE SAINT GERMAIN, CASTEL MERLE, FORNEAU DU DIABLE, CAP BLANC, LAUGERIE HAUTE, BRASSEMPOUY, LA MOUTHE, PAVILAND CAVE, PARABITA, GROTTA DEL ROMITO (In questo saggio non è descritto l’importantissimo TEMPIO PALEOLITICO DI GOBEKLI TEPE (Sanliurfa, Turchia), in quanto per la complessità e la fondamentale rilevanza ch’esso rappresenta sarà necessario trattarlo separatamente. Il breve saggio che ho scritto nel 2013 (“Gobekli Tepe e la civiltà antidiluviana”) necessita di nuovi argomenti aggiunti e aggiornamenti in relazione allo sviluppo delle ricerche).

PER UN ULTERIORE AUSILIO D’IMMAGINI VISITA GLI ALBUM DI GOOGLE FOTO:

Arte paleolitica – figura umana:
https://get.google.com/albumarchive/112628118463774814307/album/AF1QipMa6kLrUCH1H7HQRZYfVUI8GBCPegAcWSVsDeru

Arte paleolitica – animali:
https://get.google.com/albumarchive/112628118463774814307/album/AF1QipM0qDKXQN2nnq9gAgJaaRWn1AjjMNM3zAhVIUdr

Paleolitico – simbologia:
https://get.google.com/albumarchive/112628118463774814307/album/AF1QipOuKQAjRYe4FZhUPUK8GZ-slCXFXJKPBsw8wpyN

Paleolitico – ornamenti:
https://get.google.com/albumarchive/112628118463774814307/album/AF1QipMULtJh_g-IF2Xyj_UBdcmY3gw-VYAcgvST–RL

Paleolitico – strumenti musicali:
https://get.google.com/albumarchive/112628118463774814307/album/AF1QipMSUTlocB6lvPZ2XsVKX_cY-Lfd5DphqQ51HUtN

Paleolitico – armi – strumenti – accessori:
https://get.google.com/albumarchive/112628118463774814307/album/AF1QipNmj7gjaE7QlfsyNCQzGLNovYSQnv_H7RGRqkK4


FONTI E ARTICOLI CORRELATI:

“Neanderthal, chi erano e perché si sono estinti. Cosa dicono veramente i dati” – di Enzo Pennetta:
http://www.enzopennetta.it/2013/04/neanderthal-chi-erano-e-come-si-sono-estinti-cosa-dicono-veramente-i-dati/

“Gli ultimi studi sull’evoluzione umana sollevano nuovi dubbi” – di Enzo Pennetta:
https://www.ilfoglio.it/scienza/2017/04/30/news/gli-ultimi-studi-sull-evoluzione-umana-sollevano-nuovi-dubbi-132176/

“Neanderthal, Denisova e Sapiens – i meccanismi darwiniani portano all’estinzione, non all’evoluzione” – di Enzo Pennetta:
https://antidarwin.wordpress.com/tag/denisova/

“Mal’ta Buret culture” – by March of the Titans:
https://archive.org/details/TheMaltaBuretCultureInSiberiaRussia

“Veneri gravettiane o Pavloviane nella Russia europea”:
http://www.frru2.altervista.org/ARCH/VEP/PAL/Grav/gaRS.E.htm

“A caccia di mammut” – descrizione del sito di Kostenki, di Giandomenico Ponticelli:
https://digilander.libero.it/ponticellig/_PARTE%20III/_PARAGRAFO%20II/KOSTIENKI.htm 

“Predmosti – ancient settlement”:
https://www.megalithic.co.uk/article.php?sid=32760

“34.000 years old Russian Sungir Early Totemistic Shamanism”:
https://www.patreon.com/posts/34-000-years-old-25902395

“This Ancient Society Buried Disabled Children Like Kings” – by Laura Geggel:
https://www.livescience.com/61743-rich-paleolithic-burials.html

“Svastica, simbolo sacro universale” – di Costanza Bondi e Marco Morucci:
https://www.ereticamente.net/2018/06/svastica-simbolo-sacro-universale-costanza-bondi-e-marco-morucci.html

Grotta di Parabita – video:
https://www.youtube.com/watch?v=HTt8CH3YFfM

“Giovane Principe delle Arene Candide” – sito ufficiale del Museo di Genova:
http://www.museidigenova.it/it/content/principe-della-arene-candide

“Arene Candide – Ice Age Cave Reveals Rituals to Say Goodbye to Our Dead” – video all’interno – by Marc Oliver:
https://www.ancient-origins.net/ancient-places-europe/arene-candide-0010682

“Venus of Brassempouy”:
https://www.ancient-origins.net/artifacts-other-artifacts/venus-of-brassempouy-0010217

“Fusayola – Malacate gravetiense del yacimiento ruso de Zaraysk (La industria textil del Paleolítico superior)” – di David Sanchez:
https://prehistorialdia.blogspot.com/2014/06/fusayola-malacate-gravetiense-del.html

“San Valentino nel neolitico” – di Fiorenzo Facchini:
http://www.gliscritti.it/blog/entry/2429

“Cap Blanc Abri – a frieze of prehistoric sculptures”:
https://www.donsmaps.com/capblanc.html

“The Shaman of Dolni Vestonice” – by  Mimirs Brunnr:
http://mimirsbrunnr.com/2019/04/17/the-shaman-of-dolni-vestonice/

Forum – discussione sul significato rituale dell’ocra rossa nel Paleolitico Superiore”:
https://ostraka.forumfree.it/?t=60179728

“Dolni Vestonice: (Gravettian Site)”:
http://www.ancient-wisdom.com/czechdolnivestonice.htm

“The Brno Upper Paleolithic burial” – by Martin Oliva – Pdf:
https://openaccess.leidenuniv.nl/bitstream/handle/1887/33765/11.pdf?sequence=21

“Gli uomini preistorici conoscevano i rischi delle unioni fra consanguinei” – di Giorgio Giordano:
https://www.ilsecoloxix.it/cultura-e-spettacoli/2017/10/07/news/gli-uomini-preistorici-conoscevano-i-rischi-delle-unioni-tra-consanguinei-1.30922095

http://alessia-birri.blogspot.com/2020/

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