Chi rompe paga …ma i cocci di chi sono?

La fuga pianificata di Draghi: il 2022 è un nuovo 1992 alla rovescia?

 

di Cesare Sacchetti

La voce nei palazzi ha iniziato a diffondersi sempre più insistentemente. Mario Draghi non avrebbe alcuna intenzione di completare il mandato fino alla scadenza naturale della legislatura e pianificherebbe una sorta di fuga anticipata da palazzo Chigi.

Secondo le indiscrezioni che filtrano dagli ambienti di Montecitorio e Palazzo Madama, l’uomo del Britannia vorrebbe lasciare l’incarico già entro l’estate.

Al Quirinale, non avrebbero affatto gradito questo piano di Draghi. I rapporti che solo alcuni mesi fa tra Draghi e Mattarella erano descritti come idilliaci ora si sono del tutto incrinati.

Non c’è più quella stretta intesa tra il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica dopo che la partita del Quirinale si è chiusa con un Mattarella bis.

Sulle pagine del nostro blog, ci era capitato di descrivere e anticipare lo scenario di una riconferma di Mattarella che in realtà era ciò che voleva sia lo stesso attuale inquilino del Quirinale sia l’intero arco parlamentare.

Una piccola proroga dello status quo è ciò che i partiti credono possa dare un po’ di ossigeno ad una classe politica a corto di ossigeno che sembra essere alle prese con una crisi francamente irreversibile.

Il liquidatore del Britannia non l’ha affatto presa bene. Gli era stato garantito negli ambienti massonici, come ammesso da essi stessi, che dopo il “lavoro” svolto, prestiti con condizionalità erogati nell’ambito del PNRR e restrizioni alla vita sociale e lavorativa per i non vaccinati, ci sarebbe stato il passaggio tanto atteso e agognato al Quirinale.

Mario Draghi contava di lasciare l’incarico attuale già lo scorso gennaio per potersi trasferire nella residenza che un tempo fu dei papi, laddove forse l’uomo di Goldman Sachs contava di potersi rimettere al riparo dalla crisi generale di un sistema politico.

Non è andata così. I partiti hanno preferito lasciare Draghi laddove si trova perché almeno dopo il disastro collettivo del quale tutti sono complici i vari peones di Montecitorio credevano di mettersi al riparo dietro Draghi, che da “salvatore della patria” quale era descritto soltanto un anno fa dall’apparato mediatico è oggi divenuto un perfetto parafulmine per la demolizione economica, sociale e sanitaria voluta da poteri transnazionali ed eseguita dall’attuale classe politica.

Draghi deve aver compreso perfettamente di essere stato giocato dagli stessi poteri che fino a ieri gli srotolavano il tappeto rosso di palazzo Chigi. In questo gioco, nel gioco della politica prostituita a lobby e poteri occulti, non esistono amici. Coloro che oggi ti stringono la mano calorosamente sono gli stessi che domani con la stessa mano possono infliggerti una pugnalata alla schiena.

La regola della politica controllata dall’alta finanza e dalle “grandi” famiglie di banchieri è quella dell’arena dei leoni. La sopravvivenza dell’uno dipende dalla morte dell’altro.

Ed è in questo gioco che è rimasto “vittima” Mario Draghi che credeva di avere un comodo scivolo verso il Quirinale e di godersi un settennato al riparo dalle dispute e delle lotte tra bande dei vari partiti.

Soprattutto Draghi mirava al settennato per avere anche l’immunità che è attribuita al Capo dello Stato.

Nessuno è certo di chi salirà al potere domani e un qualche scudo giudiziario può far sempre comodo specialmente se un domani potrebbero esserci dei governanti intenzionati a perseguire i responsabili del colpo di Stato occorso negli ultimi due anni.

La reazione di Draghi verso Mattarella e verso la politica tutta è stata quella di sdegno e l’inquilino di palazzo Chigi sin dallo scorso gennaio si è adoperato per cercare un’alternativa a quella sfumata del Colle.

Ha provato a bussare alle porte della Commissione europea che sono rimaste saldamente chiuse. Nessuno dei Commissari europei ha intenzione di alzarsi per lasciare il posto a Draghi. Ha iniziato a tastare il terreno della NATO dal momento che il mandato di Stoltenberg, l’attuale segretario generale della NATO, è in scadenza nel 2023, dopo essere stato già prorogato oltre la scadenza naturale prevista nel 2022.

Anche lì la partita si annuncia decisamente in salita per il presidente del Consiglio. Non si diventa infatti segretario della NATO senza il consenso e il supporto del Paese che economicamente e militarmente è l’essenza stessa dell’alleanza atlantica, ovvero gli Stati Uniti.

A questo è servito il viaggio di Draghi negli Stati Uniti. Draghi si è recato in visita dal “presidente” Biden per provare probabilmente a sondare un eventuale appoggio della Casa Bianca nei confronti del premier.

Ciò che però Draghi ha trascurato nella sua missione a Washington è che la cosiddetta amministrazione Biden non è come tutte le altre.

Le cancellerie internazionali spesso rifiutano le comunicazioni con Biden. È accaduto con Emmanuel Macron, con i reali sauditi e con il leader nord-coreano Kim Jong-Un.

Mai nella storia delle relazioni internazionali si era visto un rifiuto dei leader stranieri a parlare con il presidente degli Stati Uniti.

Si sta diffondendo la consapevolezza in determinati ambienti politici e diplomatici che Joe Biden non sia veramente l’uomo al comando.

Allo stesso modo, la stessa consapevolezza sta maturando su un altro elemento. Joe Biden non esegue le direttive dei poteri che lo hanno instaurato alla Casa Bianca attraverso un golpe elettorale ai danni di Trump.

Gli Stati Uniti sembrano trovarsi in una sorta di limbo nel quale sono elementi delle forze armate vicini a Trump a pilotare questa amministrazione.

In questa situazione di commissariamento della presidenza degli Stati Uniti, le speranze di Draghi di insediarsi alla NATO sono ridotte al lumicino. Ecco quindi il piano al quale starebbe lavorando il presidente del Consiglio che viste sfumate tutte le opzioni vorrebbe lasciare la patata bollente del disastro provocato da lui stesso assieme ai partiti, soltanto a questi ultimi.

Mattarella deve aver intuito alla perfezione le intenzioni di Draghi e non sembra aver affatto gradito questo “piano di fuga.”

Non ci sarebbe nessun sostituto disponibile per rimpiazzare Draghi dal momento che nessuno sarebbe così folle da sobbarcarsi le conseguenze dei danni ereditati per restare soltanto pochi mesi sulla poltrona di palazzo Chigi.

Quello al quale si andrebbe incontro sarebbe quindi un probabile vuoto di potere. Nessuno vorrebbe mettersi a sedere su una poltrona che scotta, e nessuno vorrebbe mettere la propria faccia sul crollo provocato negli ultimi due anni.

Il 2022 è un nuovo 1992 alla rovescia?

A questo punto, la storia della politica italiana e di conseguenza dell’Italia intera sembra essere ad un giro di boa.

Ci si chiede quanto possa durare in queste condizioni una classe politica che è la diretta conseguenza di un colpo di Stato giudiziario, quello avvenuto nel 1992 con Mani Pulite.

Ci sono degli interessanti parallelismi tra quel frangente storico e quanto sta accadendo ora seppur con differenze sostanziali riguardo alle dinamiche che hanno innestato quella falsa rivoluzione, come la definì correttamente Bettino Craxi, e la crisi del sistema politico nato da quel golpe.

Il 1992 fu una operazione studiata accuratamente a tavolino da ambienti dello stato profondo di Washington.

La stessa Repubblica del 1946-48 è una creazione del governo degli Stati Uniti a sua volta controllato da poteri la cui lealtà non va né all’Italia e all’America ma ai signori dei circoli privati del mondialismo, quali le famiglie Rothschild, Rockefeller, Morgan e DuPont.

Furono questi poteri a decidere che la classe dirigente della Prima Repubblica andava eliminata nonostante essa fosse stata voluta dalla stessa Washington.

Per quanto la Repubblica del 1946 fosse controllata dagli Stati Uniti, essa aveva certamente un perimetro e un margine di azione più ampio della Seconda. Sembrano preistoria inimmaginabile oggi i giorni in cui Aldo Moro, ministro degli Esteri nel 1973, diceva no all’allora segretario di Stato, Henry Kissinger, che gli chiedeva di mettere a disposizione le basi di Sigonella per sostenere Israele nella guerra dello Yom Kippur.

Così come sembrano impensabili oggi i tempi in cui Bettino Craxi si alzava in Parlamento e riconosceva la legittimità della lotta armata palestinese contro l’occupazione israeliana in un celebre discorso tenutosi il 6 novembre 1985 davanti all’aula di Montecitorio.

La Prima Repubblica era disposta a dichiararsi fedele all’atlantismo fino a quando l’atlantismo poteva avere un senso considerata l’esistenza del blocco comunista dell’URSS.

Una volta crollato il muro di Berlino nel 1989 tutto quella che era stata la politica estera dell’Italia negli anni precedenti perdeva di senso e l’Italia avrebbe dovuto essere lasciata libera di seguire la sua via storica, culturale ed economica.

Probabilmente fu proprio questa prospettiva a mettere in allarme i circoli di Washington. Quella classe politica, nonostante tutti i suoi limiti e difetti, poteva rappresentare una minaccia per i piani dei vari Bilderberg e Commissioni Trilaterali.

I piani erano quelli di smantellare tutto ciò che di buono era stato costruito in precedenza e trascinare l’Italia nel cappio dei trattati di Maastricht e nelle catene della moneta unica.

L’intera industria pubblica fu svenduta a prezzo di saldo da uomini proprio come Draghi a bordo del famigerato Britannia sul quale le toghe non hanno aperto nemmeno mai una seria inchiesta giudiziaria.

A Milano si indagava su tangenti che in confronto alle migliaia di miliardi di lire che venivano mandati in fumo da Draghi su quel panfilo erano solo spiccioli.

Così come erano spiccioli le tangenti di fronte ai 63mila miliardi di lire mandati in fumo dall’allora governatore di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi, per difendere scelleratamente il cambio fisso con lo SME, il padre dell’euro, una mossa per la quale George Soros, che da quella speculazione si arricchì a dismisura, ancora ringrazia.

La finanza anglosionista piombava come un falco sull’Italia e si cibava dei suoi organi vitali. Tutto un patrimonio fu distrutto e uno dei primi gruppi industriali al mondo, l’IRI, veniva smantellato pezzo dopo pezzo e donato ai vari gruppi finanziari di New York e Londra.

L’Italia era appena entrata nell’era della globalizzazione a suon di ruberie e di bombe che esplodevano per conto degli stessi mandanti occulti che abitavano, e abitano tuttora, al di là delle Alpi.

Washington fu il diretto esecutore di questo piano sovversivo e tutto ciò che nacque allora è la causa di quanto vediamo ora.

Quello che è cambiato negli ultimi due anni è che la nuova classe politica che fu messa al potere nel 1992 ha oggi perduto la protezione dei suoi tradizionali referenti.

Alla Casa Bianca, non c’è più quello stato profondo che garantisce la sopravvivenza del sistema politico italiano.

Nel “migliore” dei casi, c’è un Joe Biden smarrito che non ha la minima idea di ciò che sta facendo. Nel “peggiore”, ci sono elementi militari fedeli a Donald Trump. Ed è stato proprio lui l’uomo che ha interrotto questo rapporto di dipendenza della politica italiana dagli Stati Uniti.

A Washington, ha preso potere un pensiero che vuole liberare gli Stati Uniti dal controllo e dall’influenza di quelle lobby di potere che non hanno a cuore le sorti del popolo americano.

Questi poteri hanno utilizzato tutta la potenza militare dell’America per colpire e “disciplinare” coloro che rappresentavano una minaccia per gli interessi delle alte sfere globaliste.

L’America è stata il braccio armato del Nuovo Ordine Mondiale e l’elemento di sconvolgente novità degli ultimi sei anni è stato proprio questo.

Il mondialismo ha perduto l’arma con la quale era in grado di piegare e sovvertire la volontà delle nazioni che erano restie a cedere la propria sovranità nazionale ad un manipolo di uomini senza volto che hanno nelle proprie mani una ricchezza in molti casi superiore al PIL di diversi Stati nazionali.

Si pensi, tra i numerosi esempi disponibili, al caso del fondo di investimenti di BlackRock che vanta un patrimonio complessivo pari a 16 trilioni di dollari, più del PIL della Cina.

Lo stato profondo italiano contro Trump

Questa è stata la condizione con la quale la politica italiana si è trovata a fare i conti negli ultimi sei anni e la politica italiana ha provato a resistere. Lo ha fatto prima attraverso il suo coinvolgimento nel golpe dello Spygate che secondo diverse fonti ha visto il coinvolgimento decisivo di Matteo Renzi, ex premier, e di conseguenza del suo partito di allora, il PD.

Lo ha fatto successivamente attraverso un’altra operazione eversiva ancora più grossa della prima, l’Italiagate, che avrebbe visto il coinvolgimento diretto del governo Conte nella frode elettorale del 2020 ai danni di Donald Trump.

Lo stato profondo italiano ha cercato di aiutare lo stato profondo di Washington in ogni atto sovversivo ordito contro il presidente degli Stati Uniti per poter togliere di mezzo quella che era una “minaccia” esistenziale sia per il primo sia per il secondo.

Credevano entrambi di esserci riusciti quando hanno visto Biden insediarsi alla Casa Bianca ma poi hanno scoperto con amarezza che l’uomo sul quale contavano per ristabilire il precedente status quo non ha mai avuto effettivamente le redini del potere in mano.

È questa variabile che la classe politica italiana ha sottovalutato. Si illudeva che Donald Trump avrebbe lasciato Washington in silenzio rimanendo inerme di fronte alla frode elettorale ai suoi danni. Non è stato così e ormai gli atti della “amministrazione Biden” non in linea con la volontà delle lobby di Washington sono la conferma che la presidenza attuale è commissariata per una serie di atti giuridici che sono perfettamente in linea con la Costituzione americana.

A dare il colpo di grazia alla crisi di questa seconda Repubblica è stato il fallimento della farsa pandemica. Draghi ha provato a spingersi sin dove ha potuto, probabilmente anche oltre il perimetro che lui stesso pensava di non superare. Ha attuato le peggiori restrizioni in Europa. Ha perseguitato i lavoratori costringendoli a sierarsi e ha tolto lo stipendio alle categorie che hanno rifiutato di sottoporsi al ricatto.

Ogni mezzo è stato tentato per piegare la volontà degli italiani che non volevano sierarsi. Gli obbiettivi iniziali sono falliti perché gli italiani, al di là di ciò che pensano i soliti cattivi maestri dell’autorazzismo, sono molto più coriacei e intelligenti dei popoli che li circondano. Non si sono vaccinate milioni di persone, e il 90% di cui un tempo parlava il governo Draghi appare essere chiaramente un dato falso per dare vita ad un effetto traino nei confronti dei non vaccinati.

La prova viene dalle lettere che hanno ricevuto gli over 50, alcuni persino deceduti da anni, e che sono la dimostrazione che l’esecutivo non ha la più pallida idea di chi si è fatto il vaccino e chi no.

Così a poco a poco il governo è stato costretto a smontare quasi tutta l’impalcatura e ad arrendersi. L’operazione terroristica del coronavirus che si proponeva di erigere un governo globale centralizzato ha fallito miseramente.

Sono stati troppi i Paesi che si sono opposti e soprattutto sulla strada di Davos si sono messi tre Paesi quali Stati Uniti, Russia e Cina senza i quali la realizzazione di una società autoritaria mondiale è del tutto impossibile.

Così il governo Draghi si ritrova isolato, ma più in generale è la stessa classe politica italiana ad essere isolata nel mondo.

A Washington non ci sono più i vecchi amici, e a Mosca c’è il leader di quella che può essere definita correttamente un’alleanza patriottica internazionale.

A Bruxelles, c’è una UE debole e smarrita la cui politica sanzionatoria contro la Russia non ha fatto altro che esautorare le divisioni che già la laceravano in precedenza.

Fino a due anni fa, gli uomini del club di Davos e del Bilderberg erano convinti che la farsa pandemica avrebbe accentrato ancora di più il potere nelle loro mani.

L’era del multipolarismo e della de-globalizzazione

Due anni dopo, gli stessi uomini si ritrovano a fare i conti con una realtà opposta. Il mondo è appena entrato nell’era della de-globalizzazione e del multipolarismo al quale l’operazione speciale della Russia in Ucraina ha dato una accelerazione impressionante.

E qui torniamo al paragone fatto precedentemente all’inizio di questa analisi. Il 2022 sembra avere tutte le caratteristiche ideali per essere un periodo storico che porta allo sconvolgimento dell’attuale status quo e degli equilibri politici attuali. Lo stesso accadde nel 1992 per volontà di poteri transnazionali che volevano che l’Italia seguisse la strada assegnata per procedere nell’avanzamento del cantiere dell’UE, ma stavolta l’influenza che giunge dall’estero è di segno radicalmente opposto.

Stavolta il mondo va nella direzione opposta a quella di un trasferimento dei poteri verso entità sovranazionali. Sono gli Stati nazionali il futuro delle relazioni internazionali.

E l’Italia non può non risentire di questo processo storico. Tra l’altro, l’Italia è il Paese che dimostra di avere la più matura coscienza contro il pensiero globalista e atlantista. L’opinione pubblica italiana è quella che ha la più smaccata tendenza anti-UE d’Europa. Il popolo italiano è pronto a lasciare l’euro e l’UE. Attende soltanto una classe dirigente vera, e al servizio del Paese, che la guidi in questa transizione.

La classe politica erede della seconda Repubblica si ritrova quindi di fronte a questa situazione. Fuori dai confini nazionali, si ritrova priva della protezione dei suoi referenti.

Dentro i confini nazionali, si ritrova un popolo inferocito per i danni economici degli ultimi 30 anni che dal 2020 in poi hanno assunto delle proporzioni, se possibile, ancora più enormi.

E questo malcontento è ormai incontenibile. Si pensi solamente alla feroce contestazione che ha investito il “ministro” della Salute, Roberto Speranza, giunto ieri a La Spezia, o alle precedenti uscite pubbliche di Draghi, sommerso di fischi e improperi a Napoli e Torino.

A questo poi si aggiungano le inchieste pendenti sullo Spygate che vede appunto coinvolta la politica italiana fino al collo. Prima o poi John Durham arriverà ai nomi dei responsabili italiani.

Questo quadro complessivo ci porta a pensare che siamo entrati in una congiuntura storica unica. Una congiuntura fatta di eventi e dinamiche che sembrano segnare la fine della famigerata storia di questa seconda Repubblica e probabilmente della stessa Repubblica atlantista del 1946.

L’Italia sta per entrare in una fase nuova della sua storia. Una fase nella quale avrà in futuro una sovranità e un potere che non aveva da molti anni.

Prima però di entrare in questa fase, ci sarà una implosione del suo sistema fragile politico.

Tutto questo porta a pensare che il 2022 è veramente il 1992 alla rovescia. Oggi si stanno per chiudere i conti con l’attacco che il Nuovo Ordine Mondiale lanciò a questo Paese trent’anni fa.

 

https://lacrunadellago.net/2022/05/17/la-fuga-pianificata-di-draghi-il-2022-e-un-nuovo-1992-alla-rovescia/

 

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